20 mar 2026

 


Umberto Bossi (1941-2026)

CorSera - 20.03.2026 - Massimo Gramellini - Diranno che è stato il prototipo dei populisti, capace di interrompere in tv una disquisizione di De Mita sulle riforme istituzionali gridandogli «ma taches al tram!» Che era un barbaro rozzo - si presentava da Berlusconi in canotta - e furbacchione: da giovane usciva di casa con la borsa da medico perché la prima moglie lo credeva laureato in Medicina e invece passava le giornate al bar. Ricorderanno le battute razziste e le carnevalate spacciate per riti celtici, come l’ampolla del dio Po portata in processione dal Monviso a Venezia.
Eppure, per chi ha avuto la ventura di conoscerlo (e di aspettarlo fino alle 9 di sera per un’intervista fissata alle 3 del pomeriggio), Umberto Bossi era anche molto altro. Un politico modernissimo - rapido, tattico, istintivo - ma non privo di strategia. Un antifascista che si vantava di essere sceso in piazza contro Pinochet. Un Braveheart padano, così gli piaceva definirsi, che voleva trattenere le tasse sul territorio senza affidarle a «Roma ladrona». Uno che, se gli dicevi «Ponte», non pensava a quello sullo Stretto, ma a Ponte di Legno, il rifugio all’ombra dell’Adamello dove trascorreva Ferragosto. Un apostolo del federalismo che sognava la fine delle nazioni e l’avvento degli Stati Uniti d’Europa. L’esatto opposto del verbo sovranista insufflato nel corpaccione leghista da Salvini. 
Bossi ha assistito in silenzio alla trasformazione della sua creatura, forse per paura di distruggerla. Però chissà quante volte, in questi anni, avrà pensato: «Ma taches al tram

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