«Dissesto idrogeologico, in Sicilia interventi per oltre 2 miliardi. L’Isola si candida a essere il modello di riferimento per la governance». Riletto oggi, due mesi dopo essere stato pubblicato sul Sole24ore, il titolo che annuncia l’impegno di Renato Schifani, proprio in quei giorni omaggiato dal suo assessore regionale Giuseppa Savarino col premio «Custode dell’Ambiente» (sic!), è una sberla in faccia. Una beffa.
Sono decenni che si ripetono, queste promesse. E nessuno lo sa meglio degli abitanti di Niscemi, sbattuti sulle prime pagine di mezzo mondo per quella frana che tutti ma proprio tutti sapevano che, presto o tardi, si sarebbe ripetuta. Sono almeno 236 anni che la gente del posto sapeva di come fosse stato un grave errore costruire la cittadina lassù, sui colli argillosi che dominano Gela.
Lo ricorda un libro del 1792 scovato da Giuseppe Caridi, direttore di meteoweb.eu, scritto dall’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava e intitolato Relazione Della Rivoluzione Accaduta in Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto. Dove si narrava appunto che il 19 marzo 1790 «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Una storia apocalittica di una frana durata otto giorni e miracolosamente finita, proprio perché lenta, senza un’ecatombe di morti.
Proprio come sarebbe poi successo domenica 12 ottobre 1997 quando i residenti dei quartieri Sante Croci e Santa Maria, citiamo ancora la ricostruzione di Giuseppe Caridi, avvertirono «scricchiolii sinistri provenire dalle pareti delle proprie abitazioni. Le fessure, inizialmente sottili come fili di ragnatela, si allargavano a vista d’occhio sotto la pressione di un terreno ormai saturo d’acqua». Finché pezzi del paese si staccarono pian piano a gradoni.
«Danni ingenti e mille persone evacuate per frana nel nisseno», titolò l’Ansa. Una cronaca indimenticabile: «Un agricoltore, Giosuè Allia, ha detto di aver visto verso le 13.30 “la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli”». Di nuovo, grazie al cielo, niente morti. Ma Tuccio D’Urso, allora responsabile della protezione civile siciliana subito accorso sul posto, ricorda tutto come ieri: «Fu subito chiarissimo che il paese era stato costruito nel posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza. Primo: allontanare gli abitanti che vivevano nelle aree più pericolose esposte alla frana. Secondo: costruire un sistema fognario e di deflusso delle acque bianche e nere in modo che, in caso di piogge torrenziali, il terreno non si impregnasse come una spugna».
Pareva tutto chiaro. Passata l’emergenza e slittate le notizie nelle pagine interne, però, «si bloccò tutto. E i buoni propositi finirono in polemiche, ritardi, processi. Un manicomio». Salvatore Federico faceva allora il cronista per il Giornale di Sicilia. Ricorda: «Alla fine non fu fatto praticamente niente. Solo delle caditoie per far confluire un po’ di acqua nel torrente Benefizio».
La solita storia. Spiega Gianluca Valensise, autore con Emanuela Guidoboni di libri fondamentali come «L’Italia dei disastri. Dati e riflessioni sull’impatto degli eventi naturali 1861-2013»: «Se la memoria dei terremoti si perde in meno di due generazioni, quella delle alluvioni, purtroppo, si perde in pochi mesi. Forse non nelle zone colpite più duramente, ma in quelle adiacenti sì». Accadde, come si è visto nel caso della Romagna o prima ancora del Piemonte, in tutta Italia. Senza eccezioni. In Sicilia, forse, di più. Dice tutto un episodio accaduto dopo l’alluvione a Giampilieri del 2009, quando l’allora governatore affidò «l’organizzazione della sede operativa di Messina, informazione cittadinanza zone alluvionate, progettazione ripresa economica e sociale del territorio», a un giovane che per il curriculum era al quarto anno di legge e suonava l’organo in parrocchia.
Eppure dovremmo avere chiari alcuni punti. Il primo è che proprio il nostro è il paese in assoluto con più frane in tutta Europa. Il secondo che solo in pochi casi, dice l’archivio Ansa, i colpevoli di frane causate anche da sciatterie umane, sono stati condannati. Il terzo è che il totale delle frane gravi registrate in Italia, dimostra lo studio Societal landslide and flood risk in Italy di Bianchi, Guzzetti, Rossi e Salvati, è cresciuto da 162 nella seconda metà dell’800 a 509 nella prima metà del ‘900 schizzando a 2.204 dal 1950 al 2008. Si pensi a Sarno: 5 frane dal 1841 al 1939, 36 dopo la seconda guerra mondiale fino alla catastrofe del 1998. Chissà se un giorno o l’altro impareremo qualcosa.