16 feb 2026

Eravamo quattro amici al bar … di Paternò


"Rubare in casa di chi ruba non è poi così grave... Siamo sempre in credito". Ignazio La Russa si esprime così, ai microfoni di Telelombardia, sul 'caso Bastoni' che ha condizionato Inter-Juventus. Il difensore nerazzurro con una chiara simulazione ha determinato l'espulsione del bianconero Kalulu: Juve in 10 per oltre un tempo e vittoria dell'Inter per 3-2.  "Dopo l'1-1 abbiamo preso 2 pali e in 11 contro 11 avremmo vinto con 3 gol di scarto, è la mia impressione. Avremmo vinto sicuramente, secondo me. Se bisogna incentrare tutto su un episodio, siamo sempre in credito. Ci siamo sentiti derubati dalla Juve troppe volte", dice il presidente del Senato, noto tifoso nerazzurro. "Se per una volta fosse vero che abbiamo rubato un'espulsione, rubare in casa di chi ruba non è poi così grave... Siamo sempre in credito, è il tifoso che parla: spero che gli avversari se la prendano col sorriso. Se si sentano derubati, sappiano che vincere così ci fa doppio piacere", dice La Russa. Si parla anche di calciopoli: "Lo scudetto all'Inter fu dato perché la Juve rubava. L'Inter fu tranquillamente giudicata estranea. La Juve fu giudicata, aveva conquistato lo scudetto rubando e fu tolto. Potevano non darlo a nessuno", dice La Russa. Nel 2006 lo scudetto è stato revocato alla Juventus, retrocessa in Serie B. L'Inter non è stata oggetto dei procedimenti del 2006: la società nerazzurra è stata prescritta anni dopo. "L'Inter non è la nuova Juve, che aveva contatti diretti con arbitri e guardalinee. Quel tempo è finito".
Eravamo quattro amici al bar … di Paternò
Virgillito Michelangelo, Ligresti Salvatore, La Russa Antonino e Sindona Michele (nato a Patti, 100 km più in là, ma parte attivadella storia).
La storia iniziò nel ventennio fascista (1922-1943) a Paternò, paese in provincia di Catania, dove il signor Rosario La Russa era il podestà e il signor Antonino La Russa il segretario del partito fascista. 
Negli stessi anni Michelangelo Virgillito, partiva dallo stesso paese in direzione di Milano senza una lira e in cerca di fortuna. Si occupa dapprima di commercio di ferro vecchio salvo poi passare alla gestione di cinema.  Nel 1927, Virgillito risultava essere proprietario di tre cinematografi, avendone fondati successivamente altri due. Dopo appena due anni di permanenza nella città, Virgillito venne dichiarato fallito dal Tribunale civile di Milano e condannato il 28 giugno 1929 dalla Corte di Appello del medesimo tribunale a un anno, nove mesi e quindici giorni di reclusione per appropriazione indebita, truffa e bancarotta semplice. Al processo fu imputato assieme ad un cugino, Carmelo Virgillito, il cui nominativo risulterà nell' elenco dei confidenti dell'OVRA (polizia segreta del regime fascista italiano, istituita nel 1927 per controllare, schedare e reprimere gli oppositori politici), nel supplemento della Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1946, n. 145.( E. Rossi, Borse e Borsaioli, Laterza, 1961).  Nel 1935, Virgillito risultava essere proprietario di altre sale cinematografiche milanesi, il Reale e l'Imperia (quest'ultimo in società con un certo Bolgiani), la cui capienza erano rispettivamente di 1.000 e 750 posti.  Nello stesso periodo, era altresì gestore di altre tre sale cinematografiche, Fossati, Niguarda e San Cristoforo. Teorie non verificate raccontano che il vero proprietario dei suoi cinema era in realtà un uomo d'affari ebreo, con cui Virgillito avrebbe intrecciato un'amicizia molto stretta, e che dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938 gli avrebbe lasciato in custodia i suoi beni ed i beni di altri ebrei facoltosi, suoi amici. (E. Rossi, Epistolario 1943-1967 dal Partito d'azione al centro-sinistra, a cura di M. Franzinelli, Laterza, 2007, p. 321. - http://www.qtsicilia.it/il-fatto/37-il-fatto/1207-arresto-ligresti-la-genesi-di-tutto-a-paterno.html). Questo ebreo venne deportato e non fece più ritorno, e pertanto Virgillito sarebbe così diventato proprietario dei suoi beni e del suo cospicuo patrimonio. 
Virgillito mantenne forti contatti con il paese natio e soprattutto con i referenti politici locali, anche grazie alle opere di beneficenza che lo stesso finanziava. Rapporti che si rafforzarono nel dopoguerra con gli esponenti di area democristiana come Barbaro Lo Giudice (ex senatore dc), Rosario La Russa e Nino Lombardo (ex deputato dc), ma anche di area missina come Antonino La Russa. Amicizie che diventarono importanti pochi anni dopo.
Nel frattempo la Borsa diventa teatro di scorribande per Virgillito anche grazie ai buoni consigli di un altro amico di Paternò: Michele Sindona,  piduista e banchiere di Cosa nostra, che gli gestiva le operazioni finanziarie, organizzava le scalate e gestiva i meccanismi di raccolta dei fondi. Sindona fu in quegli anni il re degli acquisti senza motivo di titoli illiquidi, dei quali tirava su le quotazioni a livelli impossibili salvo vendere tutto e subito e lasciare il cerino nelle mani di chi lo aveva seguito.
Nel 1954 Virgillito si assicurò il controllo della Liquigas, a cui fecero seguito, l'acquisizione della Raffineria Nilo nel 1958, l'acquisizione dell'azienda tessile Lanerossi nel 1959. Ai consigli di amministrazione della Liquigas e della Lanerossi mise uomini di fiducia che gestissero le società: il cugino, l'avvocato Antonino La Russa, il dottor Raffaele Ursini, il signor Giorgio Celli e il procuratore di Borsa dello studio Campisi signor Gianfranco D'Amico. Virgillito morì a Milano il 27 agosto 1977.
Nel frattempo il ragionere Raffaele Ursini, negli anni '60 aveva rilevato con soli 5 miliardi di lire dell'epoca (75-80 milioni di euro di oggi ... una fortuna per un impiegato Liquigas, diventatone ad dopo 10 anni) la Liquigas e il resto del patrimonio di Virgillito facendone una finanziaria attiva in Italia e all'estero anche grazie al credito agevolato concesso da della Cassa per il Mezzogiorno e ICIPU (Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, assorbito da Crediop nel 1980 sull'orlo della bancarotta). L'espansione del conglomerato finanziario di Ursini, continuò nel 1976 con l'acquisto della SAI dal gruppo Agnelli che vendette le sue quote a seguito della crisi petrolifera del 1973. Ma nel 1978 la crisi del comparto chimico italiano portò la Liquigas a grosse difficoltà e costrinse Ursini, indebitato fino al collo, a cedere la SAI, che dapprima venne gestita da un sindacato di azionisti, fra cui Salvatore Ligresti, colui che approdò neolaureato nell'ufficio di Virgillito a Milano negli anni '50. Ligresti, anch'esso di Paternò, legatissimo ad un altro politico emergente: Bettino Craxi. Nel 1988 Ligresti divenne presidente della SAI, sancendo così il proprio ruolo di guida. Dell'affare SAI si occupa l'avvocato Antonino La Russa già avvocato e consigliere di Virgillito. Nel 1989 Ursini rivendica il possesso delle azioni SAI vendute a Ligresti chiedendone la restituzione o il controvalore di 270 miliardi. Ursini sostenne sempre si fosse trattato di vendita con patto di riscatto. Ligresti, al contrario, ha sempre rivendicato la piena titolarità delle azioni. A prova della malafede di Ligresti, Ursini racconta di aver già ottenuto dallo stesso 10 miliardi nell'estate del 1987. La questione finì in Tribunale a Milano che diede ragione a Ligresti. Ursini, accusato di truffa e bancarotta, fu costretto a scappare in Brasile.
Arrivati negli anni '70 la magistratura scopre che Michele Sindona è il tramite tra la massoneria, la mafia e la finanza in Italia. E' coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, nell'affare Calvi e viene condannato per essere il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli (avvocato liquidatore della Banca Privata Italiana; ucciso per avere ricostruito la rete di Sindona e soci in Liquigas). Sindona morirà nel 1986, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Voghera, avvelenato da un caffè al cianuro di potassio.
Si arriva quindi agli anni '80: Virgillito è morto, Sindona è morto e Ursini è scappato. Ligresti è tra gli immobiliaristi più ricchi d'Italia e la famiglia La Russa oltre che dopo avere gestito tutti i passaggi di proprietà dei patrimoni (Virgillito-Ursini-Ligresti) assume un ruolo politico di primissimo piano.
L'ex federale di Paternò, il senatore (dal 1972 al 1986) e avvocato Antonino La Russa, che negli anni '60 si è trasferito a Milano con tutta la famiglia per amministrare il patrimonio di Virgillito si ritrova con familiari e amici a consigliare prima e collaborare poi con il gruppo Ligresti sedendo nei vari CdA (Pozzi-ginori,SAI, Premafin) del gruppo e ricevendo compensi per consulenze (https://www.firstonline.info/scandalo-ligresti-nel-2011-31-milioni-nelle-tasche-di-cda-e-manager-malgrado-la-crisi/).  Ignazio La Russa, presidente del Senato con un lungo curriculum politico partito con il Fronte della Gioventù, passato poi dal MSI fino a FdI; suo fratello Vincenzo (deceduto nel 2021) ex senatore CCD già consigliere provinciale e comunale di Milano e consigliere d'amministrazione di Fondiaria Sai spa, della Metropolitana milanese spa e di Immobiliare lombarda spa. Romano (fratello minore di Ignazio e Vincenzo) è Assessore della Regione Lombardia per Fratelli d'Italia. Geronimo La Russa (figlio di Ignazio) consigliere di Premafin spa e membro dell'Automobile Club di Milano. Dove non sono direttamente troviamo altri nativi o oriundi di Paternò: Francesco Randazzo di Paternò direttore generale di Ecodeco spa (smaltimento rifiuti ) e consigliere di A2A spa, entrambre municipalizzate di Milano. Ex consigliere di Milano assicurazioni spa. La moglie di Randazzo, signora Lombardo, notaio in Milano e a Vimodrone, ha partecipato all'asta pubblica del Pio Albergo Trivulzio per la vendita di alcuni immobili senza tuttavia firmare alcun contratto.  Massimo Corsaro (oriundo paternese) - dottore commercialista, deputato del PdL ex europarlamentare ed ex consigliere regionale della Lombardia e dal 1985 consigliere comunale di Pieve Emanuele (MI); Antonino Caruso (oriundo paternese), ex senatore di Alleanza Nazionale, fedelissimo di Ignazio ed ex membro commissione Giustizia.
Nel 2013 salta fuori da una verifica ispettiva dell’Isvap che Ignazio La Russa ha incassato fra il 2008 e il 2009 parcelle per 451 mila euro da FonSai e Milano assicurazioni. In quel momento lui è ministro della Difesa nell’ultimo governo di Silvio Berlusconi e precisa che si tratta di onorari per attività svolte prima di assumere l’incarico di governo. 
Ricordiamo quindi che negli anni '80 compare sulla scena italiana Silvio Berlusconi. Brianzolo che aveva fatto fortuna nell'immobiliare negli anni '60 grazie ad una fidejussione della Banca Rasini di Milano e ai finanziamenti del commercialista svizzero Carlo Rezzonico. Banca Rasini fondata nel 1954 con i capitali dei nobili Rasini di Milano e di Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti a Palermo. Nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio) ratifica un'operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Il 15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'"Operazione San Valentino". La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata. Nel 1998 che la Procura di Palermo mette sotto sequestro tutti gli archivi della banca. I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona (intervista del 1985, poco prima della sua morte, ad un giornalista americano del NY Times, Nick Tosches) e di altri "pentiti", indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa. Tra i correntisti della banca figurava anche Vittorio Mangano, il mafioso che lavorò nella villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975. La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983. Il giornale inglese The Economist cita ripetutamente la Banca Rasini nel suo noto reportage su Silvio Berlusconi, sottolineando che Berlusconi ha effettuato transazioni illecite per mezzo della banca. Berlusconi che si presentò alle elezioni nel 1994 diventando il premier e dominando la scena politica per trent'anni. 
Constatati i rapporti tra Banca Rasini e mafia, è interessante ritornare all'intervista a Report dell’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio (in forza prima alla Dia e poi al Ros), che racconta le rivelazioni fattegli dal capomafia Luigi Ilardo, ex boss di Caltanissetta infiltrato in Cosa nostra per conto dello Stato (ucciso prima di poter ufficialmente iniziare la collaborazione con la giustizia): “la famiglia La Russa aveva già da tempo contatti con Cosa nostra”. Cosa nostra nel 1994, subito dopo le bombe del 1992-'93, si riorganizzò per le elezioni che dovevano svolgersi in quell’anno e la decisione finale su chi appoggiare nella Sicilia orientale sarebbe stata presa a settembre durante una riunione dei vertici dei clan a Caltanissetta. Così dette indicazioni nel 1994 di votare, nella Sicilia orientale, Antonino La Russa e suo figlio Vincenzo “Perché avevano già contatti con loro da tempo". Antonino però non si presenta e Vincenzo, già deputato della Democrazia cristiana eletto nel 1983 a Milano, si candida a Paternò nelle liste del Ccd e viene eletto con 15 punti di scarto sull’avversario di sinistra. Le dichiarazioni vennero in seguito riportate dal generale anche all’interno del rapporto ‘Grande Oriente’, consegnato all’epoca anche all’allora capo del Ros Mario Mori. Racconta Ilardo che i La Russa avevano dato rassicurazioni che se avessero ricevuto un sostegno elettorale avrebbero mantenuto le promesse nei confronti di Cosa nostra".
Come disse in una intervista all’Europeo Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse (deputato missino dal 1979 al 1992): «In un certo mondo finanziario che passa attraverso Ursini e arriva a Ligresti, c’è una presenza costante di un senatore del Msi, Antonino La Russa. In questa famiglia ci sono un senatore missino, un ex deputato dc, Vincenzo, e un uomo di spicco del Msi che è Ignazio La Russa. A Milano questa situazione ha impedito, almeno psicologicamente, al partito, di svolgere la sua opposizione». Ripeté le accuse «C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami fra la famiglia La Russa e i Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo», dopo quasi un quarto di secolo dopo in un’altra intervista al Fatto Quotidiano aggiungendo che «a Milano, per vent’anni, tutto un mondo è stato nelle mani della famiglia La Russa: da Virgillito a Ursini, fino a Ligresti».
Ignazio La Russa dice che si tratta di infondate illazioni e calunnie: "Dovreste vergognarvi per questa volgare fake news e per questa falsità, mai ripresa da alcuno, della quale risponderete in sede penale. Sappiate che sulla mia onestà posso mettere la mano sul fuoco, su quella dei miei familiari, padri, fratelli, ne possono mettere due di mani sul fuoco".  Invece “Non ci fu diffamazione”. È la conclusione dell’ufficio della Procura di Milano che ha deciso di chiedere l’archiviazione del fascicolo che era scaturito da una querela per diffamazione aggravata che era stata presentata dal presidente del Senato Ignazio La Russa in merito ad una puntata di Report dell’ottobre del 2023 nella quale era stato mandato in onda un servizio intitolato “La Russa Dinasty”. Il pm Mauro Clerici nelle scorse settimane ha firmato e inoltrato all’ufficio gip l’istanza di archiviazione che dovrà essere valutata da un giudice, anche dopo la possibile opposizione all’archiviazione da parte di La Russa che aveva definito i giornalisti della trasmissione “calunniatori schifosi, fanno un lavoro sporco”.
Ma pur non avendo ruolli nella galassia Ligresti, Ignazio nel 1985 chiede con una risoluzione parlamentare di mandare a casa il nemico dei Ligresti: Enrico Cuccia. Chiede in parlamento che «A parte il problema dell’età, va considerato che Cuccia ha gestito per 40 anni Mediobanca talvolta partorendo anche dei mostri». Ottiene un altro mostro come risultato: il fratello Vincenzo entra nel cda di Fondiaria-Sai, mentre papà Antonino è consigliere di Premafin. Morto Cuccia e morto pure il suo successore Vincenzo Maranghi, l’impero Ligresti sommerso dai debiti si sgretola. La famiglia La Russa invece resiste; non ha più bisogno di sponsor, a Milano e in Lombardia comanda: Romano assessore regionale lombardo e Ignazio già ministro della difesa fonda Fratelli d'Italia con Meloni e Crosetto e diventa presidente del Senato.  
E siamo all'oggi ... dopo oltre 100 anni di storia, il senatore dice (tra il serio e il faceto) "Rubare in casa di chi ruba non è poi così grave..."  ... 
 

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