"Rubare
in casa di chi ruba non è poi così grave... Siamo sempre in credito". Ignazio La Russa si
esprime così, ai microfoni di Telelombardia, sul 'caso Bastoni' che ha
condizionato Inter-Juventus. Il difensore nerazzurro con una chiara simulazione
ha determinato l'espulsione del bianconero Kalulu: Juve in 10 per oltre un
tempo e vittoria dell'Inter per 3-2. "Dopo
l'1-1 abbiamo preso 2 pali e in 11 contro 11 avremmo vinto con 3 gol di scarto,
è la mia impressione. Avremmo vinto sicuramente, secondo me. Se bisogna
incentrare tutto su un episodio, siamo sempre in credito. Ci siamo sentiti
derubati dalla Juve troppe volte", dice il presidente del Senato, noto
tifoso nerazzurro. "Se per una volta fosse vero che abbiamo rubato
un'espulsione, rubare in casa di chi ruba non è poi così grave... Siamo sempre
in credito, è il tifoso che parla: spero che gli avversari se la prendano col
sorriso. Se si sentano derubati, sappiano che vincere così ci fa doppio
piacere", dice La Russa. Si parla anche di calciopoli: "Lo scudetto
all'Inter fu dato perché la Juve rubava. L'Inter fu tranquillamente
giudicata estranea. La Juve fu giudicata, aveva conquistato lo scudetto
rubando e fu tolto. Potevano non darlo a nessuno", dice La Russa. Nel 2006
lo scudetto è stato revocato alla Juventus, retrocessa in Serie B. L'Inter non
è stata oggetto dei procedimenti del 2006: la società nerazzurra è stata
prescritta anni dopo. "L'Inter non è la nuova Juve, che aveva contatti
diretti con arbitri e guardalinee. Quel tempo è finito".
Eravamo
quattro amici al bar … di Paternò
Virgillito
Michelangelo, Ligresti Salvatore, La Russa Antonino e Sindona Michele (nato a Patti,
100 km più in là, ma parte attivadella storia).
La
storia iniziò nel ventennio fascista (1922-1943) a Paternò, paese in provincia di Catania, dove il signor Rosario La Russa era il podestà e il signor Antonino La Russa il segretario del partito fascista.
Negli stessi anni Michelangelo Virgillito, partiva dallo stesso paese in direzione di Milano senza una lira e in cerca di fortuna. Si occupa dapprima di commercio di ferro vecchio salvo poi passare alla gestione di cinema. Nel
1927, Virgillito risultava essere proprietario di tre cinematografi, avendone
fondati successivamente altri due. Dopo appena due anni di permanenza nella
città, Virgillito venne dichiarato fallito dal Tribunale civile di Milano e
condannato il 28 giugno 1929 dalla Corte di Appello del medesimo tribunale a un
anno, nove mesi e quindici giorni di reclusione per appropriazione indebita,
truffa e bancarotta semplice. Al processo fu imputato assieme
ad un cugino, Carmelo Virgillito, il cui nominativo risulterà nell' elenco dei
confidenti dell'OVRA (polizia segreta del regime fascista italiano, istituita nel 1927 per controllare, schedare e reprimere gli oppositori politici), nel supplemento della Gazzetta
Ufficiale del 2 luglio 1946, n. 145.( E. Rossi, Borse e Borsaioli,
Laterza, 1961). Nel 1935, Virgillito
risultava essere proprietario di altre sale cinematografiche milanesi, il Reale
e l'Imperia (quest'ultimo in società con un certo Bolgiani), la cui capienza
erano rispettivamente di 1.000 e 750 posti. Nello stesso periodo, era
altresì gestore di altre tre sale cinematografiche, Fossati, Niguarda e San
Cristoforo. Teorie non verificate raccontano che il vero proprietario dei suoi cinema era in realtà un
uomo d'affari ebreo, con cui Virgillito avrebbe intrecciato un'amicizia molto
stretta, e che dopo la promulgazione delle leggi
razziali del 1938 gli avrebbe lasciato in custodia i suoi beni ed i
beni di altri ebrei facoltosi, suoi amici. (E. Rossi, Epistolario 1943-1967
dal Partito d'azione al centro-sinistra, a cura di M. Franzinelli, Laterza, 2007,
p. 321. - http://www.qtsicilia.it/il-fatto/37-il-fatto/1207-arresto-ligresti-la-genesi-di-tutto-a-paterno.html). Questo ebreo venne
deportato e non fece più ritorno, e pertanto Virgillito sarebbe così diventato
proprietario dei suoi beni e del suo cospicuo patrimonio.
Virgillito mantenne forti contatti con il paese natio e soprattutto con i referenti politici locali, anche grazie alle opere di beneficenza che lo stesso finanziava. Rapporti che si rafforzarono nel dopoguerra con gli esponenti di area democristiana come Barbaro
Lo Giudice (ex senatore dc), Rosario La Russa e Nino
Lombardo (ex deputato dc), ma anche di area missina come Antonino La Russa. Amicizie che diventarono importanti pochi anni dopo.
Nel frattempo la Borsa diventa teatro di scorribande per Virgillito anche grazie ai buoni consigli di un altro amico di Paternò: Michele Sindona, piduista e banchiere di Cosa
nostra, che gli gestiva le operazioni finanziarie, organizzava le scalate e
gestiva i meccanismi di raccolta dei fondi. Sindona fu in quegli anni il re degli acquisti senza motivo di titoli illiquidi, dei quali tirava su le quotazioni a livelli impossibili salvo vendere tutto e subito e lasciare il cerino nelle mani di chi lo aveva seguito.
Nel 1954 Virgillito si assicurò il controllo della Liquigas, a cui fecero seguito,
l'acquisizione della Raffineria Nilo nel 1958, l'acquisizione dell'azienda
tessile Lanerossi nel 1959. Ai consigli di amministrazione
della Liquigas e della Lanerossi mise uomini di fiducia che gestissero le società: il cugino, l'avvocato Antonino La Russa, il dottor Raffaele Ursini, il signor Giorgio Celli e il procuratore di Borsa dello
studio Campisi signor Gianfranco D'Amico. Virgillito morì a Milano il 27 agosto 1977.
Nel frattempo il ragionere Raffaele Ursini, negli anni '60 aveva rilevato con soli 5 miliardi di lire dell'epoca (75-80 milioni di euro di oggi ... una fortuna per un impiegato Liquigas, diventatone ad dopo 10 anni) la Liquigas e il resto del patrimonio di Virgillito facendone una finanziaria attiva in Italia e all'estero anche grazie al credito agevolato concesso da della Cassa
per il Mezzogiorno e ICIPU (Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, assorbito da Crediop nel 1980 sull'orlo della bancarotta). L'espansione del conglomerato finanziario di Ursini, continuò nel 1976 con l'acquisto della SAI dal gruppo Agnelli che vendette le sue quote a seguito della crisi petrolifera del 1973. Ma nel 1978 la crisi del comparto chimico italiano portò la Liquigas a grosse
difficoltà e costrinse Ursini, indebitato fino al collo, a cedere la SAI, che dapprima venne gestita da un sindacato di azionisti, fra cui Salvatore Ligresti, colui che approdò neolaureato nell'ufficio di Virgillito a Milano negli anni '50. Ligresti, anch'esso di Paternò, legatissimo ad un altro politico emergente: Bettino Craxi. Nel 1988 Ligresti divenne presidente della SAI, sancendo così il proprio ruolo di guida. Dell'affare SAI si occupa
l'avvocato Antonino
La Russa già
avvocato e consigliere di Virgillito. Nel 1989
Ursini rivendica il possesso delle azioni SAI vendute a Ligresti chiedendone la
restituzione o il controvalore di 270 miliardi. Ursini sostenne sempre si fosse
trattato di vendita con patto di riscatto. Ligresti, al contrario, ha
sempre rivendicato la piena titolarità delle azioni. A prova della malafede di
Ligresti, Ursini racconta di aver già ottenuto dallo stesso 10 miliardi
nell'estate del 1987. La questione finì in Tribunale a Milano che diede ragione
a Ligresti. Ursini, accusato di truffa e bancarotta, fu costretto a
scappare in Brasile.
Arrivati negli anni '70 la magistratura scopre che Michele Sindona è il tramite tra la massoneria, la mafia e la finanza in Italia. E' coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, nell'affare Calvi e viene condannato per essere il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli (avvocato
liquidatore della Banca Privata Italiana; ucciso per avere ricostruito la rete di Sindona e soci in Liquigas). Sindona morirà nel 1986, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Voghera, avvelenato da un caffè al cianuro di potassio.
Si arriva quindi agli anni '80: Virgillito è morto, Sindona è morto e Ursini è scappato. Ligresti è tra gli immobiliaristi più ricchi d'Italia e la famiglia La Russa oltre che dopo avere gestito tutti i passaggi di proprietà dei patrimoni (Virgillito-Ursini-Ligresti) assume un ruolo politico di primissimo piano.
L'ex federale di Paternò, il senatore (dal 1972 al 1986) e avvocato Antonino La Russa, che negli anni '60 si è trasferito a Milano con tutta la famiglia per amministrare il patrimonio di Virgillito si ritrova con familiari e amici a consigliare prima e collaborare poi con il gruppo Ligresti sedendo nei vari CdA (Pozzi-ginori,SAI, Premafin) del
gruppo e ricevendo compensi per consulenze (https://www.firstonline.info/scandalo-ligresti-nel-2011-31-milioni-nelle-tasche-di-cda-e-manager-malgrado-la-crisi/). Ignazio La Russa, presidente del Senato con un lungo curriculum politico partito con il Fronte della Gioventù, passato poi dal MSI fino a FdI; suo fratello Vincenzo (deceduto nel 2021) ex senatore CCD già consigliere provinciale e comunale di Milano e consigliere
d'amministrazione di Fondiaria Sai spa, della Metropolitana milanese spa e di Immobiliare lombarda spa. Romano (fratello minore di Ignazio e Vincenzo) è Assessore della Regione Lombardia per Fratelli d'Italia. Geronimo La Russa (figlio di Ignazio) consigliere di Premafin
spa e membro dell'Automobile Club di Milano. Dove non sono direttamente troviamo altri nativi o oriundi di Paternò: Francesco
Randazzo
di Paternò direttore generale di Ecodeco spa (smaltimento rifiuti ) e consigliere di A2A
spa, entrambre municipalizzate di Milano. Ex consigliere di Milano
assicurazioni spa. La moglie di Randazzo, signora Lombardo, notaio in
Milano e a Vimodrone, ha partecipato all'asta pubblica del Pio Albergo
Trivulzio per la vendita di alcuni immobili senza
tuttavia firmare alcun contratto. Massimo
Corsaro (oriundo paternese) - dottore commercialista, deputato del PdL ex
europarlamentare ed ex consigliere regionale della Lombardia e dal 1985
consigliere comunale di Pieve Emanuele (MI); Antonino Caruso (oriundo paternese), ex senatore di Alleanza
Nazionale, fedelissimo di Ignazio ed ex membro commissione Giustizia.
Nel 2013
salta fuori da una verifica ispettiva dell’Isvap che Ignazio La Russa ha
incassato fra il 2008 e il 2009 parcelle per 451 mila euro da FonSai e Milano
assicurazioni. In quel momento lui è ministro della Difesa nell’ultimo governo di Silvio Berlusconi e precisa che si tratta di onorari per
attività svolte prima di assumere l’incarico di governo.
Ricordiamo quindi che negli anni '80 compare sulla scena italiana Silvio Berlusconi. Brianzolo che aveva fatto fortuna nell'immobiliare negli anni '60 grazie ad una fidejussione della Banca Rasini di Milano e ai finanziamenti del commercialista svizzero Carlo Rezzonico. Banca Rasini fondata nel 1954 con i capitali dei nobili Rasini di Milano e di Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio
Andreotti a Palermo. Nel
1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio) ratifica un'operazione destinata ad avere un peso nella storia
della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una
società di Nassau
legata alla Cisalpina
Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figurano nomi
destinati a divenire famosi, come Roberto
Calvi, Licio Gelli, Michele
Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Il 15
febbraio 1983 la
Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'"Operazione San
Valentino". La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti
di Cosa Nostra a
Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra
cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i
correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina
e Bernardo Provenzano. Anche il direttore
Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in
quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata. Nel 1998 che la Procura di
Palermo mette sotto sequestro tutti gli archivi della banca. I giudici di
Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona (intervista del
1985, poco prima della sua morte, ad un giornalista americano del NY Times, Nick Tosches) e di altri "pentiti",
indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di
provenienza mafiosa.
Tra i correntisti della banca figurava anche Vittorio
Mangano, il mafioso che lavorò nella villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al
1975. La Banca
Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono
il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre
300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest,
il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983. Il giornale inglese The
Economist cita ripetutamente la Banca Rasini nel suo noto reportage su
Silvio Berlusconi,
sottolineando che Berlusconi ha effettuato transazioni illecite per mezzo della
banca. Berlusconi che si presentò alle elezioni nel 1994 diventando il premier e dominando la scena politica per trent'anni.
Constatati i rapporti tra Banca Rasini e mafia, è interessante ritornare all'intervista a Report dell’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio (in forza prima alla Dia e poi al Ros), che
racconta le rivelazioni fattegli dal capomafia Luigi Ilardo, ex boss di Caltanissetta infiltrato in Cosa nostra per
conto dello Stato (ucciso prima di poter ufficialmente iniziare la
collaborazione con la giustizia): “la famiglia La Russa aveva già da tempo contatti con Cosa nostra”. Cosa nostra nel
1994, subito dopo le bombe del 1992-'93, si riorganizzò per le elezioni che
dovevano svolgersi in quell’anno e la decisione finale su chi appoggiare nella
Sicilia orientale sarebbe stata presa a settembre durante una riunione dei
vertici dei clan a Caltanissetta. Così dette indicazioni nel 1994 di votare, nella Sicilia
orientale, Antonino La Russa e suo figlio Vincenzo “Perché avevano già contatti con loro da tempo". Antonino però non si
presenta e Vincenzo, già deputato della
Democrazia cristiana eletto nel 1983 a Milano, si candida a Paternò
nelle liste del Ccd e viene eletto con 15 punti di scarto sull’avversario di
sinistra. Le
dichiarazioni vennero in seguito riportate dal generale anche all’interno del
rapporto ‘Grande Oriente’, consegnato all’epoca anche all’allora capo del Ros
Mario Mori. Racconta Ilardo che i La Russa avevano dato rassicurazioni che se avessero ricevuto un sostegno
elettorale avrebbero mantenuto le promesse nei confronti di Cosa nostra".
Come disse
in una intervista all’Europeo Tomaso Staiti di Cuddia
delle Chiuse (deputato missino dal 1979 al 1992): «In un certo mondo finanziario che passa attraverso
Ursini e arriva a Ligresti, c’è una presenza costante di un senatore del Msi, Antonino
La Russa. In questa famiglia ci sono un senatore missino, un ex deputato
dc, Vincenzo, e un uomo di spicco del Msi che è Ignazio La Russa. A Milano
questa situazione ha impedito, almeno psicologicamente, al partito, di svolgere
la sua opposizione». Ripeté le accuse «C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami fra la famiglia La Russa e i
Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo», dopo quasi un quarto di secolo dopo in un’altra intervista al Fatto Quotidiano aggiungendo che «a Milano, per vent’anni,
tutto un mondo è stato nelle mani della famiglia La Russa: da Virgillito a
Ursini, fino a Ligresti».
Ignazio
La Russa dice che si tratta di infondate illazioni e calunnie: "Dovreste
vergognarvi per questa volgare fake news e per questa falsità, mai ripresa da
alcuno, della quale risponderete in sede penale. Sappiate che sulla mia onestà
posso mettere la mano sul fuoco, su quella dei miei familiari, padri, fratelli,
ne possono mettere due di mani sul fuoco". Invece “Non ci
fu diffamazione”. È la conclusione dell’ufficio della Procura di Milano che ha
deciso di chiedere l’archiviazione del fascicolo che era scaturito da una querela
per diffamazione aggravata
che era stata presentata dal presidente del Senato Ignazio La Russa in
merito ad una puntata di Report dell’ottobre del 2023 nella quale era stato
mandato in onda un servizio intitolato “La Russa Dinasty”. Il pm Mauro Clerici
nelle scorse settimane ha firmato e inoltrato all’ufficio gip l’istanza di
archiviazione che dovrà essere valutata da un giudice, anche dopo la possibile
opposizione all’archiviazione da parte di La Russa che aveva definito i
giornalisti della trasmissione “calunniatori schifosi, fanno un
lavoro sporco”.
Ma pur non avendo ruolli nella galassia Ligresti, Ignazio nel 1985
chiede con una risoluzione parlamentare di mandare a casa il nemico dei Ligresti: Enrico Cuccia. Chiede in parlamento che «A
parte il problema dell’età, va considerato che Cuccia ha gestito per 40 anni
Mediobanca talvolta partorendo anche dei mostri». Ottiene un altro mostro come risultato: il fratello Vincenzo entra nel cda di Fondiaria-Sai, mentre papà Antonino è consigliere di Premafin. Morto Cuccia e morto pure il suo successore Vincenzo
Maranghi, l’impero Ligresti sommerso dai debiti si sgretola. La famiglia La Russa invece resiste; non ha più bisogno di sponsor, a Milano e in Lombardia comanda: Romano assessore regionale lombardo e Ignazio già ministro della difesa fonda Fratelli d'Italia con Meloni e Crosetto e diventa presidente del Senato.
E siamo all'oggi ... dopo oltre 100 anni di storia, il senatore dice (tra il serio e il faceto) "Rubare
in casa di chi ruba non è poi così grave..." ...

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