31 mar 2026

Nes­sun rischio (e nes­sun futuro)

Nes­sun rischio (e nes­sun futuro) 
Ecco per­ché l’Italia non sa cre­scere 
Di Fer­ruc­cio de Bor­toli (Corriere della Sera 31.03.2026)

Gal­leg­giare nello sta­tus quo, con­ser­vare anzi­ché inno­vare, l’inte­resse cor­po­ra­tivo che pre­vale su quello nazio­nale. E il futuro? Da temere non da con­qui­stare. È il sen­ti­mento pre­va­lente dell’Italia delle tribù descritto, senza alcuna pietà, in modo diretto, chiaro, nell’ultimo sag­gio di Vero­nica De Roma­nis. Inti­to­lato, un po’ alla Edgar Allan Poe, L’eco­no­mia della paura (Mon­da­dori). Di che cosa si tratta? È ormai invalsa un’abi­tu­dine tutta Italiana, bipar­ti­san, di creare arti­fi­cial­mente un nemico, vero o imma­gi­na­rio, per poi lucrare sul con­senso offrendo pro­te­zione anzi­ché cre­scita. I frutti che matu­rano a medio ter­mine fini­scono per non avere valore poli­tico. Ci vuole troppo tempo. Un inganno col­let­tivo. Noi Italiani, anziani e ancora in larga parte bene­stanti, gra­zie ai risparmi accu­mu­lati dalle gene­ra­zioni del Dopo­guerra, stiamo per­dendo la voglia, o meglio la fame di com­pe­tere, di com­bat­tere (in senso figu­rato) per miglio­rare la nostra con­di­zione eco­no­mica e sociale. Ci affi­diamo sem­pre di più allo Stato che avanza in eco­no­mia a dispetto di un governo dichia­ra­ta­mente libe­rale. Cre­diamo addi­rit­tura che esi­sta un benes­sere di cit­ta­di­nanza. Ada­giati sulla pre­sunta ine­lut­ta­bi­lità di sus­sidi e incen­tivi (che vanno spesso a chi non ne ha biso­gno). La cre­scita è iner­ziale. «Nell’eco­no­mia della paura — scrive De Roma­nis — ci si con­cen­tra solo sulla mera distri­bu­zione delle risorse dispo­ni­bili». È una forma di ras­se­gna­zione, come a dire la torta da divi­dere è que­sta. Nes­suno pensa che sia un dovere repub­bli­cano (e morale) quello di farla cre­scere. Per chi verrà dopo.

Gal­leg­giare nello sta­tus quo, con­ser­vare anzi­ché inno­vare, l’inte­resse cor­po­ra­tivo che pre­vale su quello nazio­nale. E il futuro? Da temere non da con­qui­stare. È il sen­ti­mento pre­va­lente dell’Italia delle tribù descritto, senza alcuna pietà, in modo diretto, chiaro, nell’ultimo sag­gio di Vero­nica De Roma­nis. Inti­to­lato, un po’ alla Edgar Allan Poe, L’eco­no­mia della paura (Mon­da­dori). Di che cosa si tratta? È ormai invalsa un’abi­tu­dine tutta Italiana, bipar­ti­san, di creare arti­fi­cial­mente un nemico, vero o imma­gi­na­rio, per poi lucrare sul con­senso offrendo pro­te­zione anzi­ché cre­scita. I frutti che matu­rano a medio ter­mine fini­scono per non avere valore poli­tico. Ci vuole troppo tempo. Un inganno col­let­tivo. Noi Italiani, anziani e ancora in larga parte bene­stanti, gra­zie ai risparmi accu­mu­lati dalle gene­ra­zioni del Dopo­guerra, stiamo per­dendo la voglia, o meglio la fame di com­pe­tere, di com­bat­tere (in senso figu­rato) per miglio­rare la nostra con­di­zione eco­no­mica e sociale. Ci affi­diamo sem­pre di più allo Stato che avanza in eco­no­mia a dispetto di un governo dichia­ra­ta­mente libe­rale. Cre­diamo addi­rit­tura che esi­sta un benes­sere di cit­ta­di­nanza. Ada­giati sulla pre­sunta ine­lut­ta­bi­lità di sus­sidi e incen­tivi (che vanno spesso a chi non ne ha biso­gno). La cre­scita è iner­ziale. «Nell’eco­no­mia della paura — scrive De Roma­nis — ci si con­cen­tra solo sulla mera distri­bu­zione delle risorse dispo­ni­bili». È una forma di ras­se­gna­zione, come a dire la torta da divi­dere è que­sta. Nes­suno pensa che sia un dovere repub­bli­cano (e morale) quello di farla cre­scere. Per chi verrà dopo.

Gal­leg­giare nello sta­tus quo, con­ser­vare anzi­ché inno­vare, l’inte­resse cor­po­ra­tivo che pre­vale su quello nazio­nale. E il futuro? Da temere non da con­qui­stare. È il sen­ti­mento pre­va­lente dell’Italia delle tribù descritto, senza alcuna pietà, in modo diretto, chiaro, nell’ultimo sag­gio di Vero­nica De Roma­nis. Inti­to­lato, un po’ alla Edgar Allan Poe, L’eco­no­mia della paura (Mon­da­dori). Di che cosa si tratta? È ormai invalsa un’abi­tu­dine tutta Italiana, bipar­ti­san, di creare arti­fi­cial­mente un nemico, vero o imma­gi­na­rio, per poi lucrare sul con­senso offrendo pro­te­zione anzi­ché cre­scita. I frutti che matu­rano a medio ter­mine fini­scono per non avere valore poli­tico. Ci vuole troppo tempo. Un inganno col­let­tivo. Noi Italiani, anziani e ancora in larga parte bene­stanti, gra­zie ai risparmi accu­mu­lati dalle gene­ra­zioni del Dopo­guerra, stiamo per­dendo la voglia, o meglio la fame di com­pe­tere, di com­bat­tere (in senso figu­rato) per miglio­rare la nostra con­di­zione eco­no­mica e sociale. Ci affi­diamo sem­pre di più allo Stato che avanza in eco­no­mia a dispetto di un governo dichia­ra­ta­mente libe­rale. Cre­diamo addi­rit­tura che esi­sta un benes­sere di cit­ta­di­nanza. Ada­giati sulla pre­sunta ine­lut­ta­bi­lità di sus­sidi e incen­tivi (che vanno spesso a chi non ne ha biso­gno). La cre­scita è iner­ziale. «Nell’eco­no­mia della paura — scrive De Roma­nis — ci si con­cen­tra solo sulla mera distri­bu­zione delle risorse dispo­ni­bili». È una forma di ras­se­gna­zione, come a dire la torta da divi­dere è que­sta. Nes­suno pensa che sia un dovere repub­bli­cano (e morale) quello di farla cre­scere. Per chi verrà dopo.

I fondi del Pnrr (Piano nazio­nale di ripresa e resi­lienza), dei quali non si parla più, hanno finito per accon­ten­tare un po’ tutte le tribù ita­li­che anzi­ché aumen­tare il pro­dotto poten­ziale, ovvero la com­pe­ti­ti­vità del Paese. Senza il Pnrr saremmo in reces­sione, ma non vogliamo ammet­terlo. «Le strade tor­tuose dello svi­luppo — scrive l’eco­no­mi­sta — richie­dono corag­gio, lun­gi­mi­ranza e cul­tura del rischio». Già, il rischio. Un pas­sag­gio saliente del libro. Il rischio di non far­cela, di fal­lire, è com­po­nente essen­ziale di un’eco­no­mia di mer­cato. Biso­gna pro­varci.

I fondi del Pnrr (Piano nazio­nale di ripresa e resi­lienza), dei quali non si parla più, hanno finito per accon­ten­tare un po’ tutte le tribù ita­li­che anzi­ché aumen­tare il pro­dotto poten­ziale, ovvero la com­pe­ti­ti­vità del Paese. Senza il Pnrr saremmo in reces­sione, ma non vogliamo ammet­terlo. «Le strade tor­tuose dello svi­luppo — scrive l’eco­no­mi­sta — richie­dono corag­gio, lun­gi­mi­ranza e cul­tura del rischio». Già, il rischio. Un pas­sag­gio saliente del libro. Il rischio di non far­cela, di fal­lire, è com­po­nente essen­ziale di un’eco­no­mia di mer­cato. Biso­gna pro­varci.

L’Italia è diven­tata un gigante indu­striale gra­zie a un tasso di impren­di­to­ria­lità che coniu­gava — e per for­tuna con­ti­nua a farlo — visione e sogno, sì sogno. Senza il rischio non ci sono i sogni. E senza i sogni non si fon­dano le imprese di domani, soprat­tutto nelle tec­no­lo­gie più avan­zate. Siamo diven­tati più ren­tier che impren­di­tori. Abbiamo più family office, che inve­stono in tutto il mondo le ric­chezze accu­mu­late, di start up di gio­vani all’inse­gui­mento del suc­cesso per i loro pro­getti. Infatti i gio­vani scel­gono di andar­sene dove sono finan­ziati di più e trat­tati meglio. In tutti i sensi. L’Italia ha uno dei più bassi tassi di nata­lità impren­di­to­riale in Europa e, nello stesso tempo, un ridot­tis­simo livello di mor­ta­lità delle imprese. Il ricam­bio delle aziende è len­tis­simo. Non c’è quella «distru­zione crea­trice» di cui scrisse Schum­pe­ter e che è stata al cen­tro dei lavori degli

indu­striale gra­zie a un tasso di impren­di­to­ria­lità che coniu­gava — e per for­tuna con­ti­nua a farlo — visione e sogno, sì sogno. Senza il rischio non ci sono i sogni. E senza i sogni non si fon­dano le imprese di domani, soprat­tutto nelle tec­no­lo­gie più avan­zate. Siamo diven­tati più ren­tier che impren­di­tori. Abbiamo più family office, che inve­stono in tutto il mondo le ric­chezze accu­mu­late, di start up di gio­vani all’inse­gui­mento del suc­cesso per i loro pro­getti. Infatti i gio­vani scel­gono di andar­sene dove sono finan­ziati di più e trat­tati meglio. In tutti i sensi. L’Italia ha uno dei più bassi tassi di nata­lità impren­di­to­riale in Europa e, nello stesso tempo, un ridot­tis­simo livello di mor­ta­lità delle imprese. Il ricam­bio delle aziende è len­tis­simo. Non c’è quella «distru­zione crea­trice» di cui scrisse Schum­pe­ter e che è stata al cen­tro dei lavori degli ultimi premi Nobel per l’eco­no­mia, Aghion, Howitt e Mokyr.

L’indu­stria è assente dal dibat­tito nazio­nale. Da anni la pro­du­zione indu­striale arre­tra ma non ce ne occu­piamo. C’è chi crede che si possa vivere solo di turi­smo (come in Puglia dove non vogliono più l’accia­ie­ria) ed esprime magari fasti­dio ad avere una fab­brica sotto casa. De Roma­nis dà una sve­glia forte. Quando si con­serva troppo non si sta fermi, bensì si arre­tra. Le respon­sa­bi­lità non sono solo dei par­titi sovra­ni­sti e nazio­na­li­sti, sono tra­sver­sali. Ognuno ha le pro­prie con­sti­tuency o tribù da difen­dere.

L’indu­stria è assente dal dibat­tito nazio­nale. Da anni la pro­du­zione indu­striale arre­tra ma non ce ne occu­piamo. C’è chi crede che si possa vivere solo di turi­smo (come in Puglia dove non vogliono più l’accia­ie­ria) ed esprime magari fasti­dio ad avere una fab­brica sotto casa. De Roma­nis dà una sve­glia forte. Quando si con­serva troppo non si sta fermi, bensì si arre­tra. Le respon­sa­bi­lità non sono solo dei par­titi sovra­ni­sti e nazio­na­li­sti, sono tra­sver­sali. Ognuno ha le pro­prie con­sti­tuency o tribù da difen­dere.

«L’immo­bi­li­smo è una linea poli­tica bipar­ti­san, piace a tutti». Il cam­bia­mento fa paura. E così le riforme, soprat­tutto eco­no­mi­che, sten­tano ad essere real­mente appli­cate. C’è un divi­dendo di con­senso più nel bloc­carle che nel pro­muo­verle. «Come in tempo di guerra la paura diventa il solo metro con cui si giu­dica la bontà di una pro­po­sta». Agi­tare la pre­senza inquie­tante di un nemico (l’inva­sione pre­sunta degli immi­grati, i poteri forti euro­pei, ecc.) rende. Le tra­sfor­ma­zioni, neces­sa­rie, creano insi­cu­rezza, scon­vol­gono le «zone di con­forto». Le riforme hanno vin­ci­tori e vinti, non sod­di­sfano tutti. La con­cor­renza non piace più. Si difen­dono le cor­po­ra­zioni (dai tas­si­sti ai bal­neari) tra­scu­rando i gua­da­gni com­ples­sivi, per l’intera eco­no­mia, nella pro­dut­ti­vità dei ser­vizi.

«L’immo­bi­li­smo è una linea poli­tica bipar­ti­san, piace a tutti». Il cam­bia­mento fa paura. E così le riforme, soprat­tutto eco­no­mi­che, sten­tano ad essere real­mente appli­cate. C’è un divi­dendo di con­senso più nel bloc­carle che nel pro­muo­verle. «Come in tempo di guerra la paura diventa il solo metro con cui si giu­dica la bontà di una pro­po­sta». Agi­tare la pre­senza inquie­tante di un nemico (l’inva­sione pre­sunta degli immi­grati, i poteri forti euro­pei, ecc.) rende. Le tra­sfor­ma­zioni, neces­sa­rie, creano insi­cu­rezza, scon­vol­gono le «zone di con­forto». Le riforme hanno vin­ci­tori e vinti, non sod­di­sfano tutti. La con­cor­renza non piace più. Si difen­dono le cor­po­ra­zioni (dai tas­si­sti ai bal­neari) tra­scu­rando i gua­da­gni com­ples­sivi, per l’intera eco­no­mia, nella pro­dut­ti­vità dei ser­vizi.

Una società anziana esa­spera ogni genere di peri­colo e tende a non vedere le oppor­tu­nità, le giu­dica un fasti­dio. «Lo schema della con­ser­va­zione però è un inganno, uno dei peg­giori. Pro­mette tutele ma, di fatto, ali­menta fra­gi­lità e ini­quità». Il declino è asso­lu­ta­mente evi­ta­bile. In par­ti­co­lare curando di più il capi­tale umano, aggior­nando le com­pe­tenze con una for­ma­zione con­ti­nua che non è ancora entrata tra i doveri civici e di cit­ta­di­nanza. De Roma­nis preme per una poli­tica più aggres­siva a favore del lavoro delle donne e dei gio­vani. Que­sti ultimi sono tal­mente pochi, in parte se ne vanno all’estero, che forse non è irrea­li­stico pen­sare di dare loro un voto plu­rimo. Una pro­vo­ca­zione, certo. Ma che ha il merito di farci riflet­tere sulla peg­giore delle ingiu­sti­zie, quella di far sen­tire i nostri figli e nipoti degli estra­nei nel loro Paese.

Una società anziana esa­spera ogni genere di peri­colo e tende a non vedere le oppor­tu­nità, le giu­dica un fasti­dio. «Lo schema della con­ser­va­zione però è un inganno, uno dei peg­giori. Pro­mette tutele ma, di fatto, ali­menta fra­gi­lità e ini­quità». Il declino è asso­lu­ta­mente evi­ta­bile. In par­ti­co­lare curando di più il capi­tale umano, aggior­nando le com­pe­tenze con una for­ma­zione con­ti­nua che non è ancora entrata tra i doveri civici e di cit­ta­di­nanza. De Roma­nis preme per una poli­tica più aggres­siva a favore del lavoro delle donne e dei gio­vani. Que­sti ultimi sono tal­mente pochi, in parte se ne vanno all’estero, che forse non è irrea­li­stico pen­sare di dare loro un voto plu­rimo. Una pro­vo­ca­zione, certo. Ma che ha il merito di farci riflet­tere sulla peg­giore delle ingiu­sti­zie, quella di far sen­tire i nostri figli e nipoti degli estra­nei nel loro Paese.

 

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