Emesse le condanne per il crollo del ponte Morandi di Genova nel 2018. Condannati i managers. Salvi gli azionisti che chiedevano utili e dividendi a scapito della sicurezza !
Ponte Morandi, le condanne ai vertici della due società coinvolte, Aspi e Spea, e ai dirigenti del Ministero dei Trasporti: 12 anni all'ex ad di Autostrade Castellucci, undici a Michele Donferri Mitelli responsabile delle manutenzioni, 5 anni all'ex direttore della vigilanza del Mit Coletta. La sentenza sul disastro del viadotto Polcevera, a Genova, accaduto il 14 agosto 2018, dove morirono 43 persone. Sono state riconosciute le accuse di omicidio stradale plurimo, crollo colposo e omicidio colposo. Sono saltati invece l’aggravante della violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e i falsi che riguardavano report e ispezioni. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. Castellucci ha sempre sostenuto il difetto costruttivo del ponte. Un vizio occulto che avrebbe favorito la corrosione degli stralli, quei giganteschi tiranti che sostenevano la struttura. L’ex supermanager si trova in carcere dall’aprile dell’anno scorso, quando è diventata definitiva la condanna a sei anni per la strage di Acqualonga (Avellino), dove un autobus volò giù da un viadotto autostradale causando 40 morti. Nelle ultime dichiarazioni l’ex ad di Aspi aveva inoltre affermato di non aver mai voluto attuare una politica di risparmi (Corsera 17.07.2026 - Andrea Pasqualetto)
22 maggio 2023 - Corsera - Crollo del ponte Morandi, l’ammissione di Mion in aula: «Nel 2010 seppi che poteva cadere ma non dissi nulla. Ebbi la sensazione che nessuno controllasse» (Ferruccio Pinotti)
L’ex ad di Edizione Holding durante il processo: «Emerse che la struttura aveva un difetto originario di progettazione e che era a rischio di collasso. È il mio grande rammarico. Avevo l’impressione che nessuno controllasse. Perché non ho parlato? Forse temevo di perdere il lavoro». «Emerse che il ponte aveva un difetto originario di progettazione e che era a rischio crollo. Chiesi se ci fosse qualcuno che certificasse la sicurezza e Riccardo Mollo mi rispose ”ce la autocertifichiamo”. Non dissi nulla e mi preoccupai . Era semplice: o si chiudeva o te lo certificava un esterno. Non ho fatto nulla, ed è il mio grande rammarico». È questa la dichiarazione choc resa da Gianni Mion ex Ad della holding dei Benetton Edizione, ex consigliere di amministrazione di Aspi e della sua ex controllante, Atlantia, al processo per il crollo del Ponte Morandi . Mion lo ha detto riferendosi ad una riunione del 2010, ovvero otto anni prima del crollo.
La tragedia che costò 43 morti - Il 14 agosto 2018, alle ore 11:36, la pila 9 del viadotto crollò, causando la morte di 43 persone tra automobilisti in transito e alcuni dipendenti dell’Amiu (azienda municipalizzata di nettezza urbana) al lavoro nella sottostante isola ecologica. A seguito del disastro, 566 residenti della zona circostante dovettero essere sfollati e molti edifici residenziali troppo vicini al viadotto vennero successivamente demoliti. Tale fu anche il destino delle porzioni residue del ponte (con la sola eccezione di alcune rampe accessorie), che è stato poi sostituito da una nuova struttura denominata viadotto Genova San Giorgio.
La richiesta che il manager sia indagato - Alla riunione di cui ha parlato Mion a processo parteciparono l’Ad di Aspi Giovanni Castellucci, il direttore generale Riccardo Mollo, Gilberto Benetton, il collegio sindacale di Atlantia e, secondo il ricordo del manager, tecnici e dirigenti di Spea (Spea Engineering S.p.A., acronimo di Società Progettazioni Edili Autostradali, è un’azienda del gruppo Benetton che opera nel settore delle infrastrutture). Dopo queste frasi, l’avvocato Giorgio Perroni, che difende l’ex direttore del Primo tronco di Autostrade, Riccardo Rigacci, ha chiesto di sospendere l’esame di Gianni Mion e di indagarlo. Rigacci è indagato insieme ad altre 58 persone. L’esame di Mion è andato avanti e i giudici hanno detto che si riservano sulla richiesta avanzata da Perroni.
Le intercettazioni - Già nel marzo 2021 erano emerse, in alcune intercettazioni le preoccupazioni di Mion, che in una conversazione dell’anno prima affermava: «È emerso che noi per molti anni le manutenzioni non le abbiamo fatte in misura costante, nonostante la vetustà aumentasse», diceva il manager a Ermanno Boffa, marito di Sabrina Benetton, dimessasi dal cda di Atlantia ufficialmente «per un disagio personale». Sempre Mion, in una conversazione a tre con l’avvocato Sergio Erede e Carlo Bertazzo (ad di Atlantia), si pronunciava così: «Quando io ho chiesto all’ingegner Castellucci e ai suoi dirigenti chi certificasse la stabilità e l’agibilità di questo ponte, mi è stato detto: ce lo autocertifichiamo». Le perplessità erano nate durante una riunione dei vertici del gruppo: «Noi sapevamo che il Morandi aveva un problema di progettazione, lo sapevamo. A quella riunione c’erano proprio tutti: i consiglieri di amministrazione di Atlantia, gli amministratori delegati, il direttore generale, il management e loro hanno spiegato che quel ponte aveva una peculiarità di progettazione che lo rendeva molto complicato. Un ponte molto originale ma problematico». Mion definiva «una banda di cialtroni» la Spea, la società del gruppo che si occupava delle manutenzioni: «Sono una banda di cialtroni e un’associazione a delinquere... diciamo che in Autostrade, in Spea, in quel mondo là non si salva nessuno».
Il nodo della Spea - Proprio sulla Spea ieri in aula Mion ha dichiarato: «Fu fatto un errore da parte di Aspi quando acquistò Spea, la società doveva stare in ambito Anas o del ministero, doveva rimanere pubblica. Il controllore non poteva essere del controllato». Lo ha detto il manager all’audizione del processo per il crollo del Morandi riferendosi ai controlli. Dopo le intercettazioni e il crollo nella galleria Bertè (A26, il 30 dicembre 2019, ndr), ha aggiunto, «avevo la sensazione che nessuno controllasse nulla. La mia idea è che c’era un collasso del sistema di controllo interno e esterno, del ministero non c’era traccia. La mia opinione, leggendo ciò che emergeva, è che nessuno controllasse nulla».
La reazione dei familiari delle vittime - La presidentessa dell’associazione dei familiari delle vittime, Egle Possetti (che nella tragedia ha perso la sorella Claudia, che era con i figli avuti dal primo marito Manuele, 16 anni, e Camilla, 12; ma anche con Andrea, l’uomo sposato 22 giorni prima) commenta così le affermazioni di Mion: «La situazione del ponte era perfettamente a conoscenza dei vertici della società e dei suoi manager che però non hanno fatto nulla per evitare il disastro. È in ogni caso fuorviante affermare che il ponte era a rischio per un difetto costruttivo originario: se è stato su per 50 anni una ragione c’era. Chiaro che se per mezzo secolo non si investe in manutenzione e sicurezza poi si arriva al disastro: qualsiasi infrastruttura invecchia». Che effetto fanno le dichiarazioni di Mion ai familiari delle vittime? «Sono tardive, se già da prima era a conoscenza della situazione doveva fare un gesto civile, denunciare. Andarsene dopo non basta, doveva dimettersi subito. Anche lo Stato tuttavia ha mancato gravemente in termini di controlli. Qui sono tutti responsabili: se già nel 2017 avevano capito che il ponte era a rischio e che stava per crollare perché non hanno fermato il traffico? La verità è che non volevano chiudere il Morandi per non perdere soldi e perché le manutenzioni strutturali costano molto».
(Corsera – 17.07.2026) Ponte Morandi, l'ultima verità: il crollo e le colpe. «Seppi che poteva cadere ma non dissi nulla, temevo di perdere il lavoro» di Alessandro Fulloni
In aula risuonano le parole del testimone-chiave Gianni Mion: «Sapevamo che il Morandi aveva un problema di progettazione, a quella riunione c'erano tutti». «Nel 2010 seppi che poteva cadere ma non dissi nulla. Perché non ho parlato? Forse temevo di perdere il lavoro». Tribunale di Genova, 23 maggio 2023, udienza al processo per il crollo del Morandi. In aula risuonano le parole di un testimone-chiave, Gianni Mion, ex ad di Edizione, la holding dei Benetton che all’epoca della tragedia controllava Autostrade per l’Italia (Aspi). Frase choc, ma per niente diversa da altre — tante, e giunte da manager e addetti ai controlli — trovate nel mosaico giudiziario di intercettazioni, deposizioni, documenti.
Per arrivare all’ultima verità sul ponte Morandi, quella verità fotografata nella sentenza di ieri che ha messo a fuoco le responsabilità dei 32 condannati in primo grado, quel mosaico va ricomposto inserendo al posto giusto ogni tessera.
Fondamentale, il passaggio dall’archivio del Corriere. Dove si contano circa 300 articoli a partire da una data, 22 aprile 2021, che in questo dramma che provocò 43 vittime rappresenta uno snodo cruciale, ovvero il giorno in cui è stata notificata la chiusura dell’indagine. Un atto d’accusa di circa 2.000 pagine che ricostruisce la vita della struttura, sin dalla nascita. «Tra l’inaugurazione del 1967 e il crollo, per 51 anni, non fu eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli, i tiranti che sorreggevano l’infrastruttura, della pila 9, quella collassata» esordirono i pm. Che divisero in due la vita del ponte: fino al 1999 gestito da un concessionario pubblico e poi l’affido ad «Autostrade». Eloquenti alcuni dati che illustrano il cambio di passo: gli interventi strutturali sul viadotto videro, da parte del pubblico, «una spesa media giornaliera di 3.665 euro al giorno. Cifra che con il privato scese a 71 euro, con un decremento del 98,05%».
Nel complesso, un’incuria, per gli inquirenti, «non giustificabile con l’insufficienza delle risorse finanziarie visto che dal 1999 al 2005 Autostrade aveva chiuso in forte attivo, con utili tra 220 milioni di euro e 528 milioni». Lo stesso tra il 2006 e il 2017, quando gli utili conseguiti da Aspi «furono compresi tra i 586 milioni e i 969 milioni». Altro che manutenzione... i soldi piovvero sugli azionisti con percentuali tra l’80 % e il 100%.
Per i pm, il ponte crollò perché era malandato, era malandato perché non venivano fatte le manutenzioni e le manutenzioni venivano evitate per contenere le spese e aumentare i profitti. Riguardo la sorveglianza, si rasentava il ridicolo: «Le ispezioni visive degli stralli venivano sistematicamente eseguite dal basso, con binocolo o cannocchiale». Senza contare la corrosione che divorò le pile del viadotto, tra cui la 9, mai sottoposta a interventi protettivi.
Quanto di questa «fotografia» scattata dall’accusa sia stato accolto dal collegio, lo si vedrà nelle motivazioni della sentenza. Agli atti, di sicuro, ci sono altre frasi choc che inquadrano «l’ultima verità» attorno al crollo. Eccone alcune: «Andò così: nel 2015 si ruppero i cavi delle fibre ottiche che collegavano i sensori al sistema di monitoraggio del Morandi. L’avevamo installato noi, il sistema, e quindi Aspi ci contattò per capire quanto costasse ripristinarli. Facemmo un prezzo, 10 mila euro, ma tutto finì lì. E i cavi rotti non vennero riparati» (23 febbraio 2020, è la testimonianza di un tecnico della ditta).
Intercettato dopo il disastro, l’ex dirigente Autostrade Michele Donferri Mitelli (condannato a 11 anni) rivela: «Ma io non so... cosa mandavano, i ciechi? Mandavano i ciechi a fare ispezioni questi! I ciechi!». Sempre in quei giorni e ancora con il telefonino sotto controllo, un tecnico della Spea (società dei Benetton addetta alle verifiche) esplode: «Cioè, vai a vedere un ponte di notte? Chiudi» al traffico «e lo vai a vedere di giorno, non vai di notte con le lampade». Ancora Mion, in aula, con l’ultima sintesi: «Noi sapevamo che il Morandi aveva un problema di progettazione, lo sapevamo. A quella riunione c’erano proprio tutti: i consiglieri di amministrazione di Atlantia, gli ad, il direttore generale, il management...».
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