Ἀλώπηξ
καὶ βότρυς - «Ἀλώπηξ λιμώττουσα, ὡς ἐθεάσατο ἀπό τινος ἀναδενδράδος βότρυας κρεμαμένους,
ἠβουλήθη αὐτῶν περιγενέσθαι καὶ οὐκ ἠδύνατο. Ἀπαλλαττομένη δὲ πρὸς ἑαυτὴν εἶπεν·
«Ὄμφακές εἰσιν.» Oὕτω καὶ τῶν ἀνθρώπων ἔνιοι τῶν πραγμάτων ἐφικέσθαι μὴ
δυνάμενοι δι' ἀσθένειαν τοὺς καιροὺς αἰτιῶνται.» (Esopo, VI secolo a.C.)
(Una
volpe affamata, come vide dei grappoli d'uva che pendevano da una vite,
desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé:
«Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non
riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze.)
Repubblica.it
- Non fa sconti a nessuno, Romano
Prodi. Nella duplice veste di ex presidente — del Consiglio e della Commissione
europea — suona la sveglia alla Ue ma pure all’Italia, impreparate e inermi
di fronte all’aggressione di Trump in combutta con Putin.
«Il disprezzo del presidente Usa ha contato sulla nostra progressiva
incapacità di decidere, che tanto ha contribuito alla nascita di nazionalismi e
populismi in Europa», premette il Professore, intervenendo alla cerimonia di
conferimento del premio Ispi 2025, assegnato a lui e a Mario Monti a Milano.
«I recenti avvenimenti fanno capire che la nostra debolezza rende facile il
compito di Trump, che sta voltando le spalle alla storia del suo stesso Paese,
odia la democrazia e vede il futuro del mondo in un rapporto diretto tra
oligarchi o dittatori, o chiamateli poteri assoluti», constata amaro. «È quello
che sta facendo e farà anche in futuro, dall’Ucraina a qualsiasi altro
orizzonte del mondo».
Convinto, l’ex premier, che non sia frutto di improvvisazione, bensì una
strategia mirata a sovvertire l’ordine globale. Il che spiegherebbe il suo
enorme rancore: «Lui odia l’Europa perché è un impedimento a un disegno
politico nuovo per gli Usa, e spero temporaneo, in cui la Ue è proprio un
impiccio», taglia corto Prodi.
È stata però la stessa vittima a favorirlo, quell’Unione europea che «in questi
anni ha finito per odiare sé stessa, succube di Orban e dei suoi veti», insiste
il Professore, «resa più fragile dalla debolezza del motore franco-tedesco che
l’ha sempre retta, tradizionalmente aiutata dall’Italia». È stata dunque
l’avanzata delle destre continentali a spianare la strada alla controffensiva
americana.
Per cui, «se ora non ricostruiamo un’unità di azione forte tra Francia e
Germania, il destino dell’Europa è segnato», conclude amaro Prodi. Riservando
l’affondo finale al nostro governo: «È possibile avere una politica
estera in cui la presidente del Consiglio ha costantemente privilegiato i
rapporti con Trump, il ministro degli Esteri con l’Europa, l’altro vicepremier
con la Russia? Un dilemma anche questo, tra quelli che abbiamo per il
futuro».
(ANSA) Trump vuole che la Corte penale
internazionale modifichi il suo documento fondativo per garantire che non
indaghi sul presidente repubblicano e sui suoi alti funzionari, minacciando
altrimenti nuove sanzioni contro la corte: lo scrive la Reuters citando un
dirigente del governo Usa.
Se la corte non darà seguito a questa richiesta e ad altre due - interrompere
le indagini sui leader israeliani per la guerra di Gaza e porre formalmente
fine a una precedente indagine sui militari Usa per le loro azioni in
Afghanistan - Washington potrebbe penalizzare ulteriori funzionari della Cpi e
sanzionare la corte stessa.
Sanzionare la corte rappresenterebbe un'escalation significativa della campagna
statunitense contro la corte, che è stata a lungo criticata da funzionari
statunitensi, sia repubblicani sia democratici, i quali sostengono che la corte
violi la sovranità degli Stati Uniti.
La fonte ha detto che Washington ha comunicato le sue richieste ai membri della
Cpi, alcuni dei quali sono alleati degli Stati Uniti, e le ha rese note anche
alla corte. Gli Stati Uniti non sono parte dello Statuto di Roma che ha
istituito la Cpi nel 2002 come tribunale di ultima istanza, con il potere di
perseguire anche i capi di Stato.
(ANSA) - 'Collaborare maggiormente' con Austria,
Ungheria, Italia e Polonia 'con l'obiettivo di allontanarli dall'Unione
Europea': è uno dei passaggi di una versione più estesa, circolata prima di
quella ufficiale della Casa Bianca, del documento di Strategia di Sicurezza
Nazionale (Nss) Usa esaminata da Defense One, sito Usa specializzato nel
settore difesa/sicurezza americana.
Mentre la Nss resa pubblica venerdì scorso dalla Casa Bianca chiede la fine di
una 'Nato in continua espansione', la versione più ampia che circolava prima
entra più nel dettaglio su come l'amministrazione Trump vorrebbe 'rendere
l'Europa di nuovo grande', pur invitando i membri europei della Nato a rendersi
autonomi dal supporto militare americano.
Partendo dal presupposto che l'Europa sta affrontando una 'estinzione di
civiltà' a causa delle sue politiche sull'immigrazione e della 'censura della
libertà di parola', la Nss - scrive Defense One - propone di concentrare le
relazioni statunitensi con i Paesi europei con governi e movimenti simili
all'America di Trump, quindi presumibilmente di destra. Austria, Ungheria,
Italia e Polonia sono elencati dalla ricostruzione di Defense One come Paesi
con cui gli Stati Uniti dovrebbero 'collaborare maggiormente, con l'obiettivo
di allontanarli dall'Unione Europea'.
'E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che
cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita
tradizionali europei pur rimanendo filo-americani', affermava il documento,
secondo la testata.
Dopo la pubblicazione di questa notizia, la Casa Bianca ha negato l'esistenza
di qualsiasi versione della Strategia di Sicurezza Nazionale diversa da quella
pubblicata online. 'Nessuna versione alternativa, privata o classificata
esiste', ha dichiarato la portavoce Anna Kelly a Defense One.
Sappiamo
che il prossimo Consiglio europeo inizierà il prossimo 18 dicembre, ma non
sappiamo quando finirà, né come. Al
centro della discussione dei capi di Stato e di governo ci saranno argomenti
fondamentali per il futuro politico dell’Unione, su tutti l’uso degli asset
russi congelati in Europa. Il tema che aleggia è sempre il solito: ci saranno
uno o più Paesi a mettersi di traverso ponendo il diritto di veto sulle
decisioni, cruciali, che aspettano i leader Ue? Il filo-putiniano Orban farà il
solito guastafeste? E Giorgia Meloni, che ha fatto ormai la sua definitiva
scelta trumpiana, pressata dal suo vice premier Salvini che ha già consegnato
l'Ucraina alla Russia, riuscirà a continuare a tenere il piedino in due staffe?
[…] La partita a scacchi si giocherà su questa definizione: strategico o non
strategico? Dalle decisioni che verranno prese, dipenderà il futuro
dell'Unione, da Trump all’Ucraina.
Corriere
della Sera - Richard Haass: «Verso la Ue solo ostilità
e sospetti, la più grande scossa da 80 anni». Il diplomatico già
consigliere di Bush padre: Trump è il primo leader Usa la cui principale
preoccupazione sono gli affari.
Washington - «Non è isolazionista, ma ha una visione più ridotta degli
interessi e del coinvolgimento Usa», «unisce l’unilateralismo a un forte
sospetto delle istituzioni internazionali», dipinte come inerentemente
antiamericane e una minaccia alla sovranità nazionale; «non tanto immorale
quanto amorale» per via della preferenza a non interferire negli affari altrui.
Così Richard Haass, ex consigliere di Bush padre e poi di Colin Powell,
diplomatico e presidente emerito del think tank Council on Foreign relations,
definisce la nuova Strategia Usa per la sicurezza nazionale in un recente
articolo. Raggiunto al telefono dal Corriere,
l’ex ambasciatore spiega: «La grande sorpresa strategica è l’aumento
dell’enfasi sull’emisfero occidentale (le Americhe), cosa che non vedevamo da
oltre un secolo», con «meno enfasi sull’Europa e possibilmente sul Medio
Oriente mentre c’è l’interrogativo dei loro piani in Asia. Costituisce davvero
il più grande reindirizzamento della politica estera Usa dalla fine della
Seconda guerra mondiale e dall’alba della Guerra fredda 80 anni fa».
[…] Io penso che l’Ue possa essere criticata per molte cose, il rapporto di
Mario Draghi è un buon punto di partenza. L’Ue ha regolamentato troppo
l’Europa, ha soffocato l’innovazione e la crescita economica. Possiamo essere
critici, ma bisogna ricordare lo storico contributo dell’Ue che risale alla
Comunità europea del carbone e dell’acciaio… la risposta non è abbatterla ma
riformarla, e sarebbe davvero nell’interesse dell’Europa. Per me l’area
principale di riforma è che servono una Banca centrale più forte e meno
regolamentazioni. Questi attacchi culturali all’Ue mi ricordano quelli fatti da
alcuni repubblicani ai democratici, agli Stati blu e alle università» .
[…] «Questo è il primo presidente la cui principale preoccupazione riguarda la
sua visione dell’interesse economico dell’America, con cui giustifica i dazi,
il focus sugli squilibri della bilancia commerciale, sull’acquisto di prodotti
Usa, sulla reindustrializzazione. Alcune di queste cose sono sensate, dalla
reindustrializzazione al rafforzamento della sicurezza delle catene di
approvvigionamento, e possiamo dibattere su come sia meglio farlo. Ma
preoccuparsi degli squilibri della bilancia commerciale in sé secondo me è
“cattiva economia”».
E per quanto riguarda l’Ucraina? «La
Strategia Usa non è terribilmente incoraggiante perché è così indulgente con la
Russia. Il trattamento della situazione dell’Ucraina è quasi neutrale. In poche
parole: vogliamo la pace. Questa amministrazione sembra più interessata a
ottenere la pace che al contenuto della pace, e preoccupata almeno ugualmente
di riabilitare la Russia che di prendersi cura dell’Ucraina. Quindi sono
preoccupato. Non ho una previsione da fare, ma ci sono motivi per preoccuparsi
perché nessuno di noi sa quello che questo presidente deciderà di fare se i
suoi sforzi diplomatici continuano ad essere frustrati come è probabile che
accada».
Corriere
della Sera - I 7 punti per
la pace in Ucraina … L’opinionista del Washington Post David Ignatius afferma
che un accordo sembra avvicinarsi per l’Ucraina e che «nonostante le fragili
fondamenta» lo sforzo di pace di Trump è «in parte promettente», perché i suoi
inviati Steve Witkoff e Jared Kushner «sembrano riconoscere che la migliore
protezione per l’Ucraina è una combinazione di garanzie di sicurezza
obbligatorie e futura prosperità economica. E sanno che il pacchetto fallirà a
meno che Zelensky possa venderlo ad un Paese coraggioso ma esausto».
Il «pacchetto negoziale», secondo Ignatius — che cita fonti ucraine e americane
— contiene tre documenti: il piano di pace, le garanzie di sicurezza e un piano
per la ripresa economica. E il giornalista ne ha illustrato sette punti ieri
sul suo quotidiano, sottolineando comunque che i colloqui continuano.
L’adesione all’Unione - L’Ucraina si unirebbe all’Ue a partire
possibilmente dal 2027. È troppo presto, secondo alcuni Paesi dell’Unione,
ma l’amministrazione Trump pensa di poter superare l’opposizione dell’Ungheria.
L’ingresso rapido nella Ue contribuirebbe al commercio e agli investimenti,
costringerebbe Kiev a riforme contro la corruzione diffusa nelle imprese sotto
controllo statale e, secondo Ignatius, sarebbe una vittoria per Kiev perché
«questa guerra riguarda la questione se l’Ucraina possa diventare un Paese
europeo», idea che Putin detesta.
Garanzie di sicurezza - Gli Stati Uniti fornirebbero garanzie di
sicurezza «tipo-Articolo 5», per difendere l’Ucraina se la Russia viola
l’accordo. Kiev vuole due patti separati sulle garanzie di sicurezza: uno
firmato dal presidente Usa e ratificato dal Congresso; l’altro con gli europei.
Un gruppo di lavoro americano-ucraino sta esplorando come funzionerebbe e
quanto rapidamente Kiev e i suoi alleati sarebbero in grado di rispondere a
un’eventuale nuova aggressione russa. Ignatius dice che gli americani si dicono
pronti a continuare anche l’appoggio di intelligence che danno
all’Ucraina.
Sovranità - Il documento
riafferma la sovranità dell’Ucraina, ma i negoziatori non hanno ancora
sciolto il nodo sul numero dei soldati dell’esercito di Kiev. Il piano iniziale
in 28 punti parlava di 600 mila soldati; quello di 19 punti rivisto dagli
ucraini li aveva aumentati a 800 mila, ma Kiev rifiuta anche l’idea che un
numero massimo venga definito nella Costituzione, come richiesto da Mosca. Una
via d’uscita potrebbe essere uno schema in cui, al di là dell’esercito, ci
siano forze supplementari e di riservisti come la Guardia nazionale negli Stati
Uniti.
Zona demilitarizzata - Dovrebbe essere creata lungo l’intera
linea del cessate il fuoco, dal Donetsk alle regioni di Zaporizhzhia e
Kherson, e monitorata come la zona demilitarizzata tra le due Coree.
Scambi territoriali - Il nodo, anche qui non risolto, è che la Russia vuole
che l’Ucraina rinunci al 25% del Donetsk che ancora controlla. Gli inviati
di Trump (e lo stesso presidente) sostengono che comunque è probabile che Kiev
perderà in gran parte il controllo di quella zona nei prossimi sei mesi (altri
invece, come il generale David Petraeus, dissentono). Gli americani hanno
cercato di convincere Zelensky in vari modi, inclusa una proposta che quella
zona resti demilitarizzata, ma il presidente ucraino si è opposto.
La centrale di Zaporizhzhia - Non sarebbe più sotto
occupazione russa. Una possibilità è che la gestiscano gli Stati Uniti. Gli
ucraini sono favorevoli: vi vedono un meccanismo di tutela contro una futura
aggressione russa.
La ricostruzione - L’amministrazione Trump continua a vedere gli oltre 200
miliardi di dollari di asset russi congelati in Europa come una fonte di
investimenti (nel piano in 28 punti era indicata la possibilità di usarne
100; la cifra potrebbe aumentare). A ciò si accompagnerebbero investimenti
americani: la Casa Bianca sta discutendo con Larry Fink, ceo di BlackRock, con
l’idea di rivitalizzare il suo piano per un Fondo di sviluppo ucraino capace di
attrarre 400 miliardi di dollari per la ricostruzione, coinvolgendo anche la
Banca Mondiale. Trump vuole investimenti simili anche in Russia. La sua idea
resta: fate affari, non fate la guerra.
Corriere della Sera - «Ecco l'offerta degli Usa alla Russia»: i punti del piano sull'Ucraina presentato al Cremlino, che Putin considera «timido» (e che per gli Usa sarebbe uno strappo storico) - Witkoff e Kushner hanno proposto a Putin il riconoscimento della sovranità russa su Crimea e Zaporizhzhia e la cessione da parte ucraina anche delle porzioni di Donetsk non ancora conquistate dai russi. Ma per Mosca non è ancora abbastanza - Cessione da parte ucraina della porzione del Donetsk che la Russia non occupa già e riconoscimento americano, ufficiale, della sovranità russa sulla Crimea e la porzione della regione di Zaporizhzhia invasa dalla Russia (inclusa la centrale nucleare). Sarebbe questa l’offerta che Steven Witkoff e Jared Kushner avrebbero portato a Vladimir Putin all’incontro al Cremlino del 2 dicembre scorso, in veste di emissari di Donald Trump. Lo riferiscono osservatori con accesso diretto alle discussioni in corso all’interno dell’amministrazione americana. Questa offerta resterebbe una base di lavoro fra Russia e Stati Uniti.
Non
è assolutamente detto che un eventuale accordo, o congelamento del conflitto in
Ucraina, possa arrivare su questi presupposti. Yury Ushakov, consigliere di
politica estera del presidente russo ed ex ambasciatore di Mosca negli Stati
Uniti, è uscito dalla riunione di Putin con gli emissari di Trump il 2 dicembre
lasciando capire che non c’era accordo completo fra le due delegazioni.
Sintomo, sicuramente, che il Cremlino chiederà ancora più concessioni. Nella prospettiva dell’amministrazione Trump,
per Kiev cedere alla Russia quanto resta del Donbass (circa cinquemila
chilometri quadrati nel Donetsk) in teoria non dovrebbe essere troppo doloroso.
Si ritiene che in quella porzione di territorio non restino più di 100 mila
abitanti, che dunque per la Casa Bianca dovrebbero essere spendibili da parte
del governo di Kiev e consegnati alla Russia in cambio di un congelamento del
conflitto. Quanto ai riconoscimenti
ufficiali della sovranità russa sulla Crimea e sulla parte di Zaporizhza già
invasa, l’amministrazione americana si sarebbe detta pronta. L’intesa
prevederebbe che gli Stati Uniti procederebbero al riconoscimento, mentre le
Nazioni Unite, i Paesi dell’Unione europea e altri governi non farebbero
altrettanto. Ciò permetterebbe alle imprese americane di investire in sicurezza
in quei territori ora controllati dalla Russia.
Per gli Stati Uniti, si tratterebbe di una svolta storica. Sarebbe la
prima volta dal 1945 che un’amministrazione americana riconosce come legittimo
il controllo di un territorio che un Paese terzo ha ottenuto invadendo,
bombardando indiscriminatamente la popolazione civile e persino
attraverso i rapimenti di bambini della popolazione aggredita. Sarebbe un atto
di ripudio dei presupposti e dei principi sui quali l’Onu è stata formata
proprio su spinta americana ottanta anni fa. Per esempio, sulla base dei
principi della Carta dell’Onu, gli Stati Uniti e tutti i Paesi di Europa
occidentale si rifiutarono sempre di riconoscere la sovranità sovietica sui
Paesi baltici, dopo l’avanzata dell’esercito di Mosca alla fine della seconda
guerra mondiale. Questa posizione ha facilitò poi il percorso di Estonia,
Lituania e Lettonia verso l’indipendenza, l’autodeterminazione, la democrazia,
l’ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Ora la Crimea e la regione di
Zaporizhza dovrebbero avere la sorte opposta, secondo il piano americano. È significativo tuttavia che Putin non
l’abbia accettato in pieno. Dato che questa offerta molto audace sembra
rappresentare solo l’apertura di un negoziato di merito, la Russia ha subito
chiesto di più: fra gli altri punti, senz’altro una riduzione dell’esercito
ucraino e una stretta limitazione di qualunque garanzia di sicurezza a favore
dell’Ucraina. Ciò renderebbe una
nuova aggressione più facile e probabile in futuro, dato che Putin non ha mai
nascosto l’obiettivo di sottomettere l’intero Paese invaso.
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