11 dic 2025

USA, Russia, EU: le volpi e l'uva (passa)

 

Ἀλώπηξ καὶ βότρυς - «Ἀλώπηξ λιμώττουσα, ὡς ἐθεάσατο ἀπό τινος ἀναδενδράδος βότρυας κρεμαμένους, ἠβουλήθη αὐτῶν περιγενέσθαι καὶ οὐκ ἠδύνατο. Ἀπαλλαττομένη δὲ πρὸς ἑαυτὴν εἶπεν· «Ὄμφακές εἰσιν.» Oὕτω καὶ τῶν ἀνθρώπων ἔνιοι τῶν πραγμάτων ἐφικέσθαι μὴ δυνάμενοι δι' ἀσθένειαν τοὺς καιροὺς αἰτιῶνται.» (Esopo, VI secolo a.C.)
(Una volpe affamata, come vide dei grappoli d'uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze.)

Repubblica.it - Non fa sconti a nessuno, Romano Prodi. Nella duplice veste di ex presidente — del Consiglio e della Commissione europea — suona la sveglia alla Ue ma pure all’Italia, impreparate e inermi di fronte all’aggressione di Trump in combutta con Putin. 
«Il disprezzo del presidente Usa ha contato sulla nostra progressiva incapacità di decidere, che tanto ha contribuito alla nascita di nazionalismi e populismi in Europa», premette il Professore, intervenendo alla cerimonia di conferimento del premio Ispi 2025, assegnato a lui e a Mario Monti a Milano.    
«I recenti avvenimenti fanno capire che la nostra debolezza rende facile il compito di Trump, che sta voltando le spalle alla storia del suo stesso Paese, odia la democrazia e vede il futuro del mondo in un rapporto diretto tra oligarchi o dittatori, o chiamateli poteri assoluti», constata amaro. «È quello che sta facendo e farà anche in futuro, dall’Ucraina a qualsiasi altro orizzonte del mondo».   
Convinto, l’ex premier, che non sia frutto di improvvisazione, bensì una strategia mirata a sovvertire l’ordine globale. Il che spiegherebbe il suo enorme rancore: «Lui odia l’Europa perché è un impedimento a un disegno politico nuovo per gli Usa, e spero temporaneo, in cui la Ue è proprio un impiccio», taglia corto Prodi.    
È stata però la stessa vittima a favorirlo, quell’Unione europea che «in questi anni ha finito per odiare sé stessa, succube di Orban e dei suoi veti», insiste il Professore, «resa più fragile dalla debolezza del motore franco-tedesco che l’ha sempre retta, tradizionalmente aiutata dall’Italia». È stata dunque l’avanzata delle destre continentali a spianare la strada alla controffensiva americana.
Per cui, «se ora non ricostruiamo un’unità di azione forte tra Francia e Germania, il destino dell’Europa è segnato», conclude amaro Prodi. Riservando l’affondo finale al nostro governo: «È possibile avere una politica estera in cui la presidente del Consiglio ha costantemente privilegiato i rapporti con Trump, il ministro degli Esteri con l’Europa, l’altro vicepremier con la Russia? Un dilemma anche questo, tra quelli che abbiamo per il futuro».


(ANSA) Trump vuole che la Corte penale internazionale modifichi il suo documento fondativo per garantire che non indaghi sul presidente repubblicano e sui suoi alti funzionari, minacciando altrimenti nuove sanzioni contro la corte: lo scrive la Reuters citando un dirigente del governo Usa.
Se la corte non darà seguito a questa richiesta e ad altre due - interrompere le indagini sui leader israeliani per la guerra di Gaza e porre formalmente fine a una precedente indagine sui militari Usa per le loro azioni in Afghanistan - Washington potrebbe penalizzare ulteriori funzionari della Cpi e sanzionare la corte stessa.
Sanzionare la corte rappresenterebbe un'escalation significativa della campagna statunitense contro la corte, che è stata a lungo criticata da funzionari statunitensi, sia repubblicani sia democratici, i quali sostengono che la corte violi la sovranità degli Stati Uniti.
La fonte ha detto che Washington ha comunicato le sue richieste ai membri della Cpi, alcuni dei quali sono alleati degli Stati Uniti, e le ha rese note anche alla corte. Gli Stati Uniti non sono parte dello Statuto di Roma che ha istituito la Cpi nel 2002 come tribunale di ultima istanza, con il potere di perseguire anche i capi di Stato.

 

(ANSA) - 'Collaborare maggiormente' con Austria, Ungheria, Italia e Polonia 'con l'obiettivo di allontanarli dall'Unione Europea': è uno dei passaggi di una versione più estesa, circolata prima di quella ufficiale della Casa Bianca, del documento di Strategia di Sicurezza Nazionale (Nss) Usa esaminata da Defense One, sito Usa specializzato nel settore difesa/sicurezza americana. 
Mentre la Nss resa pubblica venerdì scorso dalla Casa Bianca chiede la fine di una 'Nato in continua espansione', la versione più ampia che circolava prima entra più nel dettaglio su come l'amministrazione Trump vorrebbe 'rendere l'Europa di nuovo grande', pur invitando i membri europei della Nato a rendersi autonomi dal supporto militare americano.   
Partendo dal presupposto che l'Europa sta affrontando una 'estinzione di civiltà' a causa delle sue politiche sull'immigrazione e della 'censura della libertà di parola', la Nss - scrive Defense One - propone di concentrare le relazioni statunitensi con i Paesi europei con governi e movimenti simili all'America di Trump, quindi presumibilmente di destra. Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati dalla ricostruzione di Defense One come Paesi con cui gli Stati Uniti dovrebbero 'collaborare maggiormente, con l'obiettivo di allontanarli dall'Unione Europea'. 
'E dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che cercano la sovranità e la conservazione/ripristino dei modi di vita tradizionali europei pur rimanendo filo-americani', affermava il documento, secondo la testata.    
Dopo la pubblicazione di questa notizia, la Casa Bianca ha negato l'esistenza di qualsiasi versione della Strategia di Sicurezza Nazionale diversa da quella pubblicata online. 'Nessuna versione alternativa, privata o classificata esiste', ha dichiarato la portavoce Anna Kelly a Defense One.

Sappiamo che il prossimo Consiglio europeo inizierà il prossimo 18 dicembre, ma non sappiamo quando finirà, né come.  Al centro della discussione dei capi di Stato e di governo ci saranno argomenti fondamentali per il futuro politico dell’Unione, su tutti l’uso degli asset russi congelati in Europa. Il tema che aleggia è sempre il solito: ci saranno uno o più Paesi a mettersi di traverso ponendo il diritto di veto sulle decisioni, cruciali, che aspettano i leader Ue? Il filo-putiniano Orban farà il solito guastafeste? E Giorgia Meloni, che ha fatto ormai la sua definitiva scelta trumpiana, pressata dal suo vice premier Salvini che ha già consegnato l'Ucraina alla Russia, riuscirà a continuare a tenere il piedino in due staffe?    
[…] La partita a scacchi si giocherà su questa definizione: strategico o non strategico? Dalle decisioni che verranno prese, dipenderà il futuro dell'Unione, da Trump all’Ucraina.

 

Corriere della Sera -  Richard Haass: «Verso la Ue solo ostilità e sospetti, la più grande scossa da 80 anni». Il diplomatico già consigliere di Bush padre: Trump è il primo leader Usa la cui principale preoccupazione sono gli affari.   
Washington - «Non è isolazionista, ma ha una visione più ridotta degli interessi e del coinvolgimento Usa», «unisce l’unilateralismo a un forte sospetto delle istituzioni internazionali», dipinte come inerentemente antiamericane e una minaccia alla sovranità nazionale; «non tanto immorale quanto amorale» per via della preferenza a non interferire negli affari altrui. Così Richard Haass, ex consigliere di Bush padre e poi di Colin Powell, diplomatico e presidente emerito del think tank Council on Foreign relations, definisce la nuova Strategia Usa per la sicurezza nazionale in un recente articolo.  Raggiunto al telefono dal Corriere, l’ex ambasciatore spiega: «La grande sorpresa strategica è l’aumento dell’enfasi sull’emisfero occidentale (le Americhe), cosa che non vedevamo da oltre un secolo», con «meno enfasi sull’Europa e possibilmente sul Medio Oriente mentre c’è l’interrogativo dei loro piani in Asia. Costituisce davvero il più grande reindirizzamento della politica estera Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale e dall’alba della Guerra fredda 80 anni fa».     
[…] Io penso che l’Ue possa essere criticata per molte cose, il rapporto di Mario Draghi è un buon punto di partenza. L’Ue ha regolamentato troppo l’Europa, ha soffocato l’innovazione e la crescita economica. Possiamo essere critici, ma bisogna ricordare lo storico contributo dell’Ue che risale alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio… la risposta non è abbatterla ma riformarla, e sarebbe davvero nell’interesse dell’Europa. Per me l’area principale di riforma è che servono una Banca centrale più forte e meno regolamentazioni. Questi attacchi culturali all’Ue mi ricordano quelli fatti da alcuni repubblicani ai democratici, agli Stati blu e alle università»   
[…] «Questo è il primo presidente la cui principale preoccupazione riguarda la sua visione dell’interesse economico dell’America, con cui giustifica i dazi, il focus sugli squilibri della bilancia commerciale, sull’acquisto di prodotti Usa, sulla reindustrializzazione. Alcune di queste cose sono sensate, dalla reindustrializzazione al rafforzamento della sicurezza delle catene di approvvigionamento, e possiamo dibattere su come sia meglio farlo. Ma preoccuparsi degli squilibri della bilancia commerciale in sé secondo me è “cattiva economia”».     
E per quanto riguarda l’Ucraina?   «La Strategia Usa non è terribilmente incoraggiante perché è così indulgente con la Russia. Il trattamento della situazione dell’Ucraina è quasi neutrale. In poche parole: vogliamo la pace. Questa amministrazione sembra più interessata a ottenere la pace che al contenuto della pace, e preoccupata almeno ugualmente di riabilitare la Russia che di prendersi cura dell’Ucraina. Quindi sono preoccupato. Non ho una previsione da fare, ma ci sono motivi per preoccuparsi perché nessuno di noi sa quello che questo presidente deciderà di fare se i suoi sforzi diplomatici continuano ad essere frustrati come è probabile che accada». 

 

Corriere della Sera - I 7 punti per la pace in Ucraina … L’opinionista del Washington Post David Ignatius afferma che un accordo sembra avvicinarsi per l’Ucraina e che «nonostante le fragili fondamenta» lo sforzo di pace di Trump è «in parte promettente», perché i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner «sembrano riconoscere che la migliore protezione per l’Ucraina è una combinazione di garanzie di sicurezza obbligatorie e futura prosperità economica. E sanno che il pacchetto fallirà a meno che Zelensky possa venderlo ad un Paese coraggioso ma esausto».   
Il «pacchetto negoziale», secondo Ignatius — che cita fonti ucraine e americane — contiene tre documenti: il piano di pace, le garanzie di sicurezza e un piano per la ripresa economica. E il giornalista ne ha illustrato sette punti ieri sul suo quotidiano, sottolineando comunque che i colloqui continuano.  
L’adesione all’Unione -  L’Ucraina si unirebbe all’Ue a partire possibilmente dal 2027. È troppo presto, secondo alcuni Paesi dell’Unione, ma l’amministrazione Trump pensa di poter superare l’opposizione dell’Ungheria. L’ingresso rapido nella Ue contribuirebbe al commercio e agli investimenti, costringerebbe Kiev a riforme contro la corruzione diffusa nelle imprese sotto controllo statale e, secondo Ignatius, sarebbe una vittoria per Kiev perché «questa guerra riguarda la questione se l’Ucraina possa diventare un Paese europeo», idea che Putin detesta.   
Garanzie di sicurezza - Gli Stati Uniti fornirebbero garanzie di sicurezza «tipo-Articolo 5», per difendere l’Ucraina se la Russia viola l’accordo. Kiev vuole due patti separati sulle garanzie di sicurezza: uno firmato dal presidente Usa e ratificato dal Congresso; l’altro con gli europei. Un gruppo di lavoro americano-ucraino sta esplorando come funzionerebbe e quanto rapidamente Kiev e i suoi alleati sarebbero in grado di rispondere a un’eventuale nuova aggressione russa. Ignatius dice che gli americani si dicono pronti a continuare anche l’appoggio di intelligence che danno all’Ucraina. 
Sovranità  -  Il documento riafferma la sovranità dell’Ucraina, ma i negoziatori non hanno ancora sciolto il nodo sul numero dei soldati dell’esercito di Kiev. Il piano iniziale in 28 punti parlava di 600 mila soldati; quello di 19 punti rivisto dagli ucraini li aveva aumentati a 800 mila, ma Kiev rifiuta anche l’idea che un numero massimo venga definito nella Costituzione, come richiesto da Mosca. Una via d’uscita potrebbe essere uno schema in cui, al di là dell’esercito, ci siano forze supplementari e di riservisti come la Guardia nazionale negli Stati Uniti.     
Zona demilitarizzata - Dovrebbe essere creata lungo l’intera linea del cessate il fuoco, dal Donetsk alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, e monitorata come la zona demilitarizzata tra le due Coree. 
Scambi territoriali - Il nodo, anche qui non risolto, è che la Russia vuole che l’Ucraina rinunci al 25% del Donetsk che ancora controlla. Gli inviati di Trump (e lo stesso presidente) sostengono che comunque è probabile che Kiev perderà in gran parte il controllo di quella zona nei prossimi sei mesi (altri invece, come il generale David Petraeus, dissentono). Gli americani hanno cercato di convincere Zelensky in vari modi, inclusa una proposta che quella zona resti demilitarizzata, ma il presidente ucraino si è opposto. 
La centrale di Zaporizhzhia - Non sarebbe più sotto occupazione russa. Una possibilità è che la gestiscano gli Stati Uniti. Gli ucraini sono favorevoli: vi vedono un meccanismo di tutela contro una futura aggressione russa. 
La ricostruzione - L’amministrazione Trump continua a vedere gli oltre 200 miliardi di dollari di asset russi congelati in Europa come una fonte di investimenti (nel piano in 28 punti era indicata la possibilità di usarne 100; la cifra potrebbe aumentare). A ciò si accompagnerebbero investimenti americani: la Casa Bianca sta discutendo con Larry Fink, ceo di BlackRock, con l’idea di rivitalizzare il suo piano per un Fondo di sviluppo ucraino capace di attrarre 400 miliardi di dollari per la ricostruzione, coinvolgendo anche la Banca Mondiale. Trump vuole investimenti simili anche in Russia. La sua idea resta: fate affari, non fate la guerra.

 

Corriere della Sera - «Ecco l'offerta degli Usa alla Russia»: i punti del piano sull'Ucraina presentato al Cremlino, che Putin considera «timido» (e che per gli Usa sarebbe uno strappo storico) - Witkoff e Kushner hanno proposto a Putin il riconoscimento della sovranità russa su Crimea e Zaporizhzhia e la cessione da parte ucraina anche delle porzioni di Donetsk non ancora conquistate dai russi. Ma per Mosca non è ancora abbastanza - Cessione da parte ucraina della porzione del Donetsk che la Russia non occupa già e riconoscimento americano, ufficiale, della sovranità russa sulla Crimea e la porzione della regione di Zaporizhzhia invasa dalla Russia (inclusa la centrale nucleare).  Sarebbe questa l’offerta che Steven Witkoff e Jared Kushner avrebbero portato a Vladimir Putin all’incontro al Cremlino del 2 dicembre scorso, in veste di emissari di Donald Trump. Lo riferiscono osservatori con accesso diretto alle discussioni in corso all’interno dell’amministrazione americana. Questa offerta resterebbe una base di lavoro fra Russia e Stati Uniti. 

Non è assolutamente detto che un eventuale accordo, o congelamento del conflitto in Ucraina, possa arrivare su questi presupposti. Yury Ushakov, consigliere di politica estera del presidente russo ed ex ambasciatore di Mosca negli Stati Uniti, è uscito dalla riunione di Putin con gli emissari di Trump il 2 dicembre lasciando capire che non c’era accordo completo fra le due delegazioni. Sintomo, sicuramente, che il Cremlino chiederà ancora più concessioni  Nella prospettiva dell’amministrazione Trump, per Kiev cedere alla Russia quanto resta del Donbass (circa cinquemila chilometri quadrati nel Donetsk) in teoria non dovrebbe essere troppo doloroso. Si ritiene che in quella porzione di territorio non restino più di 100 mila abitanti, che dunque per la Casa Bianca dovrebbero essere spendibili da parte del governo di Kiev e consegnati alla Russia in cambio di un congelamento del conflitto.  Quanto ai riconoscimenti ufficiali della sovranità russa sulla Crimea e sulla parte di Zaporizhza già invasa, l’amministrazione americana si sarebbe detta pronta. L’intesa prevederebbe che gli Stati Uniti procederebbero al riconoscimento, mentre le Nazioni Unite, i Paesi dell’Unione europea e altri governi non farebbero altrettanto. Ciò permetterebbe alle imprese americane di investire in sicurezza in quei territori ora controllati dalla Russia.    
Per gli Stati Uniti, si tratterebbe di una svolta storica. Sarebbe la prima volta dal 1945 che un’amministrazione americana riconosce come legittimo il controllo di un territorio che un Paese terzo ha ottenuto invadendo, bombardando indiscriminatamente la popolazione civile e persino attraverso i rapimenti di bambini della popolazione aggredita. Sarebbe un atto di ripudio dei presupposti e dei principi sui quali l’Onu è stata formata proprio su spinta americana ottanta anni fa. Per esempio, sulla base dei principi della Carta dell’Onu, gli Stati Uniti e tutti i Paesi di Europa occidentale si rifiutarono sempre di riconoscere la sovranità sovietica sui Paesi baltici, dopo l’avanzata dell’esercito di Mosca alla fine della seconda guerra mondiale. Questa posizione ha facilitò poi il percorso di Estonia, Lituania e Lettonia verso l’indipendenza, l’autodeterminazione, la democrazia, l’ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Ora la Crimea e la regione di Zaporizhza dovrebbero avere la sorte opposta, secondo il piano americano.  È significativo tuttavia che Putin non l’abbia accettato in pieno. Dato che questa offerta molto audace sembra rappresentare solo l’apertura di un negoziato di merito, la Russia ha subito chiesto di più: fra gli altri punti, senz’altro una riduzione dell’esercito ucraino e una stretta limitazione di qualunque garanzia di sicurezza a favore dell’Ucraina.   Ciò renderebbe una nuova aggressione più facile e probabile in futuro, dato che Putin non ha mai nascosto l’obiettivo di sottomettere l’intero Paese invaso.  

 

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