Corriere della Sera · 15 settembre 2026 · Di Walter Veltroni
Nello stesso giorno in cui la Apple annunciava il suo rivoluzionario iphone Duo, il presidente degli Stati Uniti comunicava che se gli americani voteranno repubblicano lui elargirà a ogni cittadino cinquemila dollari.
Eccolo, il nostro tempo. Sospeso tra la velocità inarrivabile dell’evoluzione tecnologica e regressione costante del discorso pubblico a tempi che speravamo infinitamente lontani.
Èun punto di osservazione che forse consente una lettura più lucida di questo grande, inquietante, caos. La forbice si va allargando sempre di più. Più la tecnologia diventa invadente, più sostituisce mansioni e capacità delle persone, più assume il controllo della comunicazione collettiva e personale, più sembra in grado di superare, con l’intelligenza artificiale, i limiti del pensiero umano e più la politica si fa infantile, misera, grottesca, arcaica, bonsai.
La complessità è lasciata alle big tech che devono progettare tecnologie sempre più sofisticate, ai leader mondiali invece il fascino puerile della banalità, la seduzione dell’estremismo rozzo, dell’egocentrismo infantile, il ballare con una motosega o l’imporre il proprio volto sulla moneta da un dollaro. Cose che un tempo sarebbero state inimmaginabili. Ma la domanda è: come mai queste follie sono tollerate e anzi apprezzate da una parte consistente della popolazione che solo venti anni fa, prima dello smartphone, avrebbe riso nel vedere leader compiere un millesimo delle follie di oggi?
La risposta è che il nuovo mondo che si viene definendo ha stabilito una rigida ripartizione di ruoli. La politica si deve fare ancella, deve giocare con i ninnoli, mentre i vertici delle tecnologie decidono come sarà la vita umana, se e come lavoreremo, cosa conosceremo, la misura della nostra solitudine, il grado di sostenibilità della condizione ambientale del nostro futuro. Persino se esisteremo o no.
Nel giro di pochi giorni sono entrati in funzione ad Austin dei taxi che non hanno neanche il volante e in Cina vengono messi in vendita, a trecentomila dollari, droni in grado di trasportare persone. Amazon, con la stessa tecnologia volante, consegna ormai a domicilio i suoi pacchi. I robot vengono venduti a migliaia.
Qualcuno si preoccupa del lavoro che perderà chi conduce le auto pubbliche, chi distribuisce i pacchi, chi tira su la saracinesca dei negozi? Si dice, con il sopracciglio alzato, che questi in fondo sono solo lavori inutili che la tecnologia sostituisce.
Ma quali sarebbero invece gli impieghi che daranno a queste persone, disoccupati da tecnologia, la possibilità di sbarcare il lunario se ovunque, anche nei mestieri ad alto tasso di creatività, le macchine stanno sostituendo gli umani?
E qualcuno si sta occupando dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale già oggi divenuta intelligenza generale, cioè più potente del pensiero umano?
Non è bastato l’appello dell’alto commissario per i diritti umani dell’onu, organismo che i nuovi nazionalismi vorrebbero veder morto, che ha chiesto agli Stati nazionali di intervenire prima che L’AI fuori controllo diventi «un rischio esistenziale per l’umanità». Richiesta generosa e ingenua, visto che quella che un tempo era la più grande potenza del mondo è in mano a un bambino di ottant’anni produttore sistematico di guerre e bugie e gli altri grandi players dell’equilibrio mondiale sono scivolati verso sistemi autocratici.
Non se ne occupano perché il loro tempo è occupato dal ballare sui palchi, dal mostrare il corpo come nella campagna del grano o dall’evocare il male del mondo nelle persone degli immigrati per i quali invocare, lo ha detto il cancelliere tedesco a proposito dell’afd, una vera «pulizia etnica».
È più facile indicare come obiettivo chi è povero piuttosto che avere il coraggio di mettere regole ai potenti delle Big Tech. Ha scritto papa Leone XIV nella sua enciclica «Magnifica Humanitas»: «Oggi i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato” e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».
Jacob Coxon, uno dei programmatori di Anthropic, si è dimesso dal suo lavoro con queste parole: «Le persone che sviluppano L’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio…».
Non basta? Stanno parlando dell’omnicidio a cui ha fatto riferimento, ne ho scritto su queste colonne, uno dei più importanti matematici del mondo. Ne parla oggi chi conosce dall’interno, e ne è spaventato, la velocità dell’evoluzione dell’ai. Bill Gates ha lanciato un allarme drammatico e il premio Nobel Hinton ha detto che L’AI «come Terminator potrebbe eliminarci».
Lo stesso fondatore di Anthropic, Amodei, ha detto che bisogna rallentare la velocità dello sviluppo dell’ai perché «senza misure di sicurezza, potrebbe controllare Internet in 6-12 mesi».
Qualcosa che dovrebbe fuor suonare campanelli d’allarme nella politica. Obama e Sanders hanno dimostrato di capirlo. L’europa ha cercato di mettere delle regole alle Big Tech per cercare di definire un possibile punto di convivenza tra il necessario sviluppo tecnologico e la qualità della vita e della libertà dei cittadini.
Meta è pronta a pagare diciotto miliardi di dollari per chiudere una causa sulla induzione di dipendenza tra i giovani, evidentemente ammettendo la sua responsabilità, ma non accetta regole che siano dettate dalla politica e dalle istituzioni. Tutto si paga, anche la sottomissione di una generazione alle macchine. Soldi, non regole.
L’europa è andata sotto attacco anche per questa scelta di non abdicare al suo ruolo. Ma domani, se vinceranno i populisti foraggiati dalle grandi potenze come Musk, cosa ne sarà del nostro continente? Cambiano il mondo, con soldi e reel, a loro piacimento.
Se ne rende conto la politica? E anche la sinistra, capisce che il mondo nel quale si muove non è più quello del Novecento? Si sentono discorsi ignari del Grande Mutamento, persino antropologico, di questo tempo che ha stravolto il lavoro, la conoscenza, le relazioni umane come mai nessuno e niente prima.
Come Achille Lauro, non il cantante, che negli anni Cinquanta distribuiva banconote tagliate a metà o pacchi di pasta per ottenere i voti, Trump, un uomo disfatto dalla vanagloria, promette disperatamente soldi per consenso. Garantendo a vanvera un impegno da trilioni di dollari e trattando i suoi cittadini come sudditi da acquistare. Non per caso in queste ore Trump combatte ogni responsabile disegno di regolazione dell’ai, il contrario di quello che un uomo politico democratico dovrebbe fare. E invece la necessità di mettere limiti e vigilanza all’ai, missione alta, chiama in causa il bisogno di organismi mondiali, il contrario del nazionalismo beota di questi tempi.
Siamo all’ultimo capitolo dell’imbarbarimento della politica, almeno in Occidente. Siamo soli, noi cittadini, nella morsa dell’avidità di chi controlla il mondo e della follia autoritaria di chi lo governa pro forma.
Troppo forti gli uni, troppo deboli gli altri. Spetta solo alla coscienza e al coraggio delle persone liberarsi da queste catene. Ci vorrebbe ora un grande movimento mondiale di denuncia e di proposta.
Per evitare, non stiamo purtroppo esagerando, la fine di tutto.
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