Giacomo Amadori e Alessandro Rico per “Panorama”
Sotto le macerie del Ponte Morandi di Genova non
sono rimaste solo 43 vite di cui pochi ricordano i nomi, ma anche la
credibilità di una schiatta di maestri tessitori che per quasi quarant'anni ha
attraversato da protagonista la scena imprenditoriale italiana, ma che oggi è
trattata alla stregua di una bottega di magliari.
Il cognome Benetton, secondo gli esperti di
onomastica, dovrebbe derivare dalla forma dialettale contratta
dell'accrescitivo del nome Benedetto. Benedettoni, dunque. Ma ormai di
benedetto c'è ben poco. E a restituire la giusta luce all'immagine offuscata
non basterebbe neppure il fotografo di corte, quell'Oliviero Toscani cacciato con
disdoro dai suoi mecenati per aver pronunciato la vile infamia: A chi interessa
che caschi un ponte. A oltre trenta mesi dal crollo che ha spezzato in due
Genova scopriamo che i peggiori giudici dei Benetton sono i Benetton stessi o i
loro più fidati collaboratori.
Come raccontano le intercettazioni depositate dalla
procura guidata da Franco Cozzi nei vari filoni del procedimento avviato dopo
il crollo. Montagne di trascrizioni scodellate nei vari riesami e ore di audio
che gli avvocati stanno ascoltando in una stanza dedicata al nono piano del
Tribunale del capoluogo ligure.
Chi sono davvero i Benetton? Chi sono gli
imperatori delle concessioni autostradali, i giganti del tessile, i magnati che
hanno diversificato il loro business acquistando catene come Autogrill o
investendo nelle assicurazioni (Generali) e nel credito (Mediobanca)?
Un ritratto autentico lo forniscono, alcune
conversazioni registrate dalla Guardia di finanza, discorsi proferiti da membri
della famiglia o dagli uomini a loro più vicini (tutti, precisiamo, non
indagati), a partire dal top manager Gianni Mion.
Questo settantasettenne padovano dalla chioma
candida è il dirigente che ha traghettato gli affari dei Benetton dal mondo
concreto delle filande a quello volatile e ingrato dell'alta finanza e dei
trasporti, dalle strade ai cieli, approfittando delle privatizzazioni selvagge
dei bei tempi dei governi di centrosinistra, alla cui tavola i Benedettoni
hanno mangiato a quattro palmenti.
Mion è stato per la famiglia di Ponzano Veneto
quello che per gli Agnelli sono stati Cesare Romiti o Vittorio Valletta: per
decenni ai vertici della holding Edizione, nella quale ha operato dal 1986 al
2016 e, poi, di nuovo dal 2019 al 2020.
I
BENETTON? NON CAPISCONO UN C...
Torniamo alle intercettazioni finite nel fascicolo
in mano all'aggiunto Paolo D'Ovidio e ai pm Massimo Terrile e Walter Cotugno. È
il 31 dicembre del 2018, da quattro mesi è crollato il viadotto sul Polcevera,
gestito da Autostrade per l'Italia (Aspi). Da allora, la politica sta provando
a togliere (un esproprio per dirla con uno dei loro amici) alla dinasty
trevigiana la gestione della rete viaria a pagamento.
Mion è al telefono con Fabrizio Palen zona, già
vicepresidente di Aeroporti di Roma (Adr, altra società della galassia
Benetton, che controlla lo scalo di Fiu micino), membro del cda di Mediobanca
(di cui Edizione detiene il 2,1 per cento) e presidente dell'Aiscat,
l'associazione che riunisce le società concessionarie di autostrade.
Mion sbotta: Noi dobbiamo fare qualcosa su Aspi che
bisogna che diamo garanzie, ma non solo garanzie, tanto i Benetton l'hanno
capito tutti che non capiscono un cazzo e che siamo degli inetti, no?. Un
epitaffio sulla storia dei suoi datori di lavoro.
Poco dopo, soggiunge: [...] la prova di
inettitudine è certificata da parte dell'azionista di riferimento, no?. È una
climax di invettive: Loro, i signori del ponte, si incazzano quando parlano (si
parla, ndr) sempre di Benetton, quello scrive la lettera perché non c'entra un
cazzo... ma non c'entri un cazzo perché non capisci niente!
Perché allora... i tuoi dividendi li dovevi
devolvere in beneficienza perché non ti riguardavano, no? Cioè insomma una
figura da cazzo così è.... L'epistola cui fa riferimento Mion è quella spedita
da Luciano Benetton, uno dei fondatori del gruppo ed ex senatore repubblicano,
a diversi quotidiani nazionali, poche settimane prima: Nessun componente della
famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade, aveva cercato di auto assolversi
l'imprenditore.
Ma quello che era stato il manager di fiducia della
famiglia, al telefono, pur dicendosi de ciso a sparare tutto quello che abbiamo
da sparare per salvare dignità, azienda e investimento, riconosce che questi
qua, cioè gli stessi Benetton, sono quelli che se lo meritano di meno. Al
telefono con Fabio Cerchiai, presidente di Atlantia (la controllante di Aspi),
il 3 gennaio 2020, Mion finisce per restituire un desolante ritratto
dell'intero management della società: Non son boni [...] francamente, insomma
la patente di incapaci l'abbiamo già portata a casa, no?.
UN MERDAIO, ABBIAMO ZERO CREDIBILITÀ
Però non è solo il Romiti di Edizione a demolire la
casata. Persino il rampollo Alessandro, secondogenito di Luciano, pare non
avere una buona opinione dei famigliari, soprattutto dei cugini. Con loro,
Christian, Franca Bertagnin e Sabrina, Alessandro era entrato in rotta di
collisione nel 2016, uscendo dal cda del gruppo.
Il 20 gennaio dell'anno scorso è al telefono con
Fabio Corsico, già capo delle relazioni istituzionali di Atlantia. Con lui,
Alessandro è costretto ad ammettere: Allora... la prima cosa da dire è che qui
è venuto fuori che era tutto un merdaio>> Pardon? <> ripete a
scanso di equivoci. E << anche il nostro Castellucci era un bello
stronzo>>.
Si riferisce a Giovanni Castellucci,ex a.d. di Aspi
e Atlantia, dimessosi un anno dopo la tragedia del Morandi e al quale la
società, nel dicembre 2019, aveva sospeso la buonuscita. Il suo errore, per
Alessandro Benetton, è stato di prendersi tutte queste responsabilità non
essendo in controllo, perché qui emerge che non c'era un controllo.
Corsico ridicolizza anche il piano appena presentato
da Aspi per rimettere a posto la rete autostradale: [...] quando tu dici
"faremo 7 miliardi di investimento nel prossimo anno", la gente dice
scusa un attimo, [...] ma siamo matti che voi in un anno fate un investimento
che non avete fatto in 20 anni?. L'uomo cuce un bel ritratto dei rampolli della
famiglia: [...] il problema vero è che la famiglia Benetton era una famiglia di
imprenditori... cioè, era Gilberto un imprenditore, Luciano, ma Luciano 20 anni
fa... scusami, eh, se parlo così di tuo padre, non Luciano di oggi, e
Alessandro che, comunque, nel bene o nel male non è la cabina di regia, tolti
questi tre, punto. Il resto sono dei figli di ricchi... cioè la realtà vera è
che un gruppo non va avanti coi figli dei ricchi, va avanti con gli imprenditori.
A parere di Corsico, il gruppo ha perso l'essenza
dell'imprenditorialità, si compra le Generali, si compra la Nestlé, non
gestisce Atlantia. Un'analisi con cui, paradossalmente, Alessandro concorda
appieno: [...] allora, noi eravamo bravi quando avevamo un po’ meno soldi, un po’
meno o per lo meno pensavamo di avere meno competenze e avevamo una grandissima
credibilità… oggi noi ci troviamo che i soldi potenzialmente ci sono… le
competenze, abbiamo ascoltato gente dall'interno che ci ha convinto che ne
avevamo tante e non ne avevamo un cazzo... e abbiamo zero credibilità... e
questo succede, nell'evoluzione dei gruppi, sempre ciclicamente....
E chiude neanche fosse Mogol: Tu ora puoi chiamarli
figli dei ricchi, o anche quelli con la pancia piena, quelli che diventano
autoreferenziali. L'erede prosegue, illustrando i motivi dei suoi attriti con i
cugini: [...] quando mi chiedevano, ma perché tu li hai mandati affanculo?
[...] che cazzo me ne faccio io di un socio che è nato ricco?. Sul dossier Autostrade,
Alessandro fa lo scaricabarile: [...] non me ne occupo e sono cazzi loro, ci
sono i miei cugini. L'imprenditore ritiene ci sia una sola via d'uscita: [...]
c'è un problema di credibilità compromessa che non è recuperabile... ok? [...]
per salvare Atlantia noi dovremmo uscire da Aspi.... Ma come si fa a rinunciare
alla gallina dalle uova d'oro?
DIVIDENDI, DIVIDENDI, DIVIDENDI
Perché le autostrade fruttano incassi da capogiro.
Quel denaro che, sempre stando a Mion, intercettato il 2 febbraio 2020, è
l'ossessione dei Benetton: Le manutenzioni, confessava il manager, le abbiamo
fatte in calare, più passava il tempo, meno ne facevamo... così distribuiamo
più utili e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti.
Un concetto ribadito da Carlo Bertazzo, nuovo a.d.
di Atlantia, l'8 febbraio 2020. Conversando con il presidente Cerchiai, egli
riporta un'opinione che ha ascoltato da almeno due fonti: I Benetton hanno di fatto
ingessato la società in quanto volevano solo dividendi, dividendi, dividendi.
Sono proprio i dividendi, a un certo punto, a
imbarazzare Ermanno Boffa, consigliere d'amministrazione di Atlan tia e marito
di Sabrina Benetton (uscita dal cda pochi giorni fa, per essere stata
sottoposta a pressioni di ogni tipo, dopo la tragedia del Morandi).
Nel 2020, al telefono con Mion, Boffa sottolinea
che sarebbe devastante se venisse fuori che i Benetton si sono distribuiti 200
milioni di euro nel loro momento peggiore, cioè successivamente alla strage sul
Polcevera.
Grazie ai bilanci si può ricostruire l'immenso
flusso di denaro che, negli anni, è transitato sui conti correnti degli
azionisti delle società della famiglia di Ponzano Veneto. Nel 2010, l'ammontare
dei dividendi di Atlantia superava i 516 milioni. Nel 2016, era salito a oltre
775. Il balzo più clamoroso avviene nel 2017, con oltre 2 miliardi e 567
milioni di euro. L'anno della tragedia di Genova, la slot machine di Aspi si
ferma a circa 456 milioni. In nove il totale fa quasi 7 miliardi e mezzo. Così,
sempre citando Mion, il defunto Gilberto e tutta la famiglia erano contenti.
5 STELLE SCEMI E I MESSAGGI DELLA MINISTRA
Dalle telefonate emerge chiaramente come la
famiglia veneta e i suoi collaboratori cerchino di interpretare come aruspici
ogni palpito o sospiro della politica.
Un esempio lo abbiamo quando Mion parla del prezzo
delle azioni dei Benetton che Cassa depositi e prestiti (controllata dal
ministero dell'Economia e delle Finanze) avrebbe dovuto acquistare, per
prendere il controllo del 51 per cento di Aspi:
Bisogna anche fare la verifica se ci vogliono o non
ci vogliono, perché se non ci vogliono, basta che mettiamo a posto le aziende e
poi ognuno per sé e Dio per tutti... perché [...] non c'è dubbio che è stata la
Cassa depositi che ha insufflato tutti sti 5 stelle per un anno e mezzo per
cacciarci a calci nel culo.
Ecco perché, tra i bersagli della vis polemica di
Mion, figurano i grillini, tifosi sfegatati della revoca delle concessioni:
Pensavano che bastasse parlare del ponte e di Benetton e si aumentavano i voti
del 15 per cento... non mi sembra che abbiano avuto il 15 per cento in più dei
voti e anche lì si conferma che tutto sto battage che hanno montato, anche in
termini elettorali, non gli porta assolutamente niente, perché la gente ha
capito che è tutta una stronzata.
Ma una ciambella di salvataggio, come molte volte
in passato, il gruppo veneto confidava arrivasse dagli ambienti della sinistra.
E per questo cercava segnali nelle mosse della ministra, cioè Paola De Micheli,
la titolare piddina del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel
governo giallorosso.
Mion osserva: Ieri è andata a vedere i lavori da
200 e fischia milioni di investimenti che sta facendo Adr, cioè Aeroporti di
Roma. Il manager è speranzoso: Quindi è un messaggio, no?
È un messaggio per dire, beh, le cose stanno
accadendo, no? Capito? [...] il Pd è lì che si barcamena fra questi scemi dei 5
stelle e poi il fatto che questa qui sia andata in Adr, è un fatto
significativo secondo me... perché insomma, voglio dire, non è che t'ha messo
lo stigma del lazzarone da tutte le parti... no?.
UNA BANDA DI LAZZARONI
Ma se i Benetton non capiscono un cazzo, nelle
intercettazioni ce n'è anche per manager e tecnici. Per esempio, in un'altra
telefonata, Mion umilia l'ex a.d. Castellucci e critica pesantemente Spea
engineering Spa, la società del gruppo Atlantia che avrebbe dovuto occuparsi
dei controlli strutturali sulla rete autostradale.
È a questa che attribuisce le più gravi
responsabilità delle omesse verifiche: [...] però non è solo Castellucci
francamente, perché la verità è che c'era questa società che si chiama Spea,
no? Fatta tutta di ingegneri [...] qualcuno a suo tempo degli interni mi aveva
detto... "guarda che lì c'è una banda di lazzaroni".
In uno scambio di vedute con Bertazzo, il 31
dicembre 2019, Mion discute proprio di come far fuori Spea. E, su questo
dossier, contesta la gestione di Cerchiai: [...] lui deve dire [...]
"questa società qua, gestita in questo modo, non la voglio!" [...] Se
non lo dice che cazzo sta a fare? Sta a coprire!.
Non è finita: Si capisce che Cerchiai sta solo a
proteggere sé stesso... ma insomma basta!. E ancora: Cerchiai e Castel lucci
sono responsabili, direi che sono responsabili in ugual misura! [...] Uno
perché era pazzo e quell'altro perché è paraculo!. Atlantia è tutto un casino,
sospira Alessandro Benetton, dialogando con il manager Corsico: Cerchiai ha
fatto tutto fuorché il presidente.
Ma, come specifica il rampollo, egli era assolu
tamente contiguo al sistema pur non direttamente coinvolto e consapevole.
Insomma, la fotografia dell'impero industriale e finanziario dei Benetton,
scattata dai suoi stessi protagonisti, è choccante, come un'istantanea di
Toscani. Emblematica la chiosa di Mion: [...] diciamo, tutto quello che nei
primi dieci anni si è costruito... nei secondi dieci anni si è distrutto.
GALLERIE? PRENDO L'AEREO
Un'ultima intercettazione rende bene l'idea di
come, nel regno dei Benetton, non si salvino né i sovrani, né i consiglieri. Il
31 dicembre 2019, Mion, Bertazzo e Cerchiai, i vertici delle società del
gruppo, organizzano una call a tre.
Poche ore prima, sull'A26, nei pressi di Masone
(Genova), dal soffitto di una galleria si è staccato un enorme blocco di
cemento. Il problema dei tre sembra quello di evitare di prendersene uno in
testa andando in vacanza alla volta di mari esotici e montagne innevate.
Cerchiai è pensieroso: Per andare giù devo fare
tutte le gallerie.... Risate. Bertazzo fa riferimento a un censimento del Mit
sui tunnel non a norma: Mi son preso paura quando m'ha detto 200 gallerie su
270 in Italia.... Irrompe la battuta di Mion: Devi andare in aereo, devi andare
in aereo. Cerchiai sta al gioco: Vado in aereo, difatti, sì. Altra ilarità.
Chiude Mion: Eh sì però, se vai in galleria puoi fare tu il monitoraggio. Nuove
risate. Cheese... mancava solo Oliviero per una bella foto in posa.