10 set 2026

... a tutto gas (olio) !

Il Brent ieri ha superato i 100 dollari al barile (WTI a $96.35) e la guerra in Medio Oriente potrebbe portare ai massimi dello scorso aprile a $122 al barile. Il blocco delle importazioni dalla Russia e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno tolto dal mercato 20 milioni di barili di greggio (circa il 20% del totale di petrolio venduto in tutto il mondo). La Cina ha calmierato il mercato riducendo i suoi acquisti di oltre 5 milioni di barili/giorno ma non è bastato a frenare il prezzo del petrolio e quindi dei carburanti.

Se aggiungiamo la carenza di impianti di raffinazione, soprattutto diesel, il quadro è preoccupante, considerando che in Italia gran parte delle derrate alimentari viaggiano su gomma. L’Europa ha provato a spostare gli acquisti agli Stati Uniti, India e Medio Oriente ma la situazione non è migliorata per la concorrenza di Turchia e Brasile nell’acquisto di gasolio.

Considerando i margini di raffinazione di benzina e gasolio, attualmente a livelli record intorno ai 100 dollari/barile (rispetto agli $8-12 ante 2026) si sconta un prezzo del petrolio a 180-200 dollari al barile. Preveggenza o speculazione? 

 

Intanto negli ultimi 20 anni l’Europa ha chiuso un terzo delle sue raffinerie tagliando la capacità di produzione del 30%. Anche l’Italia ha ridotto i suoi impianti da 16 a 11 ma considerando i tre maggiori impianti (Cagliari, Priolo e Augusta) abbiamo una capacità di raffinazione annua di 41 milioni di tonnellate a fronte di un consumo medio del paese di 32 milioni. Tutte le raffinerie inoltre lavorano petrolio dal Nord e Ovest Africa o proveniente dall’Atlantico e quindi non interessate al blocco di Hormuz. Il governo italiano piuttosto che il taglio delle accise potrebbe chiedere ai raffinatori (Saras, Ludoil, Sonatrach) di coprire il fabbisogno nazionale ad un prezzo ‘politico’ che li ripaghi del costo di acquisto, dei costi operativi e gli garantisse un margine congruo (5 dollari/barile pari al 5%?). In cambio potrebbe accelerare sulla riconversione ecologica aumentando i finanziamenti statali, considerato che il taglio delle accise è costato oltre 2 miliardi di euro.

Tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Le otto big oil (Aramco, BP, Shell, Equinor, Total Energies, Eni, Chevron e ExxonMobil) hanno registrato un aumento degli utili di 18 miliardi di euro pari al +86% nel secondo trimestre 2026 rispetto ad un anno fa. Calcolando solamente i profitti delle società Europee (Shell, BP, Total Energies, Eni, Orlen, Repsol, Moeve e Omv) gli extra profitti sarebbero 7,5 miliardi di Euro. Il governo Draghi ci provò nel marzo 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, con il contributo straordinario del 10% sul maggiore valore aggiunto a carico delle imprese energetiche. Ma i ricorsi e l’aumento della aliquota portarono allo stop. Una nuova e incisiva azione da parte della Unione Europea potrebbe garantire oggi un ulteriore extra gettito.

Altro discorso sarebbe la fine delle guerre e il conseguente calo dei prezzi del greggio che non si tradurrebbe in una riduzione contestuale di prezzi dei carburanti. Colpa delle tasse (accise e IVA pesano per il 55-60% del prezzo alla pompa) ma anche della speculazione dei gestori che tendono a rallentare i ribassi anche per la totale assenza di controlli.

 

Non va meglio al prezzo del gas vicino agli 81 euro/mc, massimo dal 2022: lo stretto di Hormuz pesa per circa il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) che arriva sul mercato. Europa e Asia sono i maggiori compratori e siamo alle porte dell’inverno ed è necessario ristabilire le scorte che attualmente in Europa sono ai minimi degli ultimi venti anni: 65% rispetto al 82% dell’anno scorso. Il Qatar, nostro fornitore principale, ha sospeso le spedizioni e dichiarato la forza maggiore, peggiorando la situazione.

Le tensioni sul mercato del gas si riflettono poi sulla produzione di elettricità. Nonostante le fonti di energia rinnovabile coprano il 41% del fabbisogno elettrico nazionale è ancora il gas un mezzo per la generazione ma soprattutto per la formazione del prezzo dell’energia elettrica: il gas pesa solo il 20% nel mix di generazione ma oltre il 60% nella formazione del prezzo in Europa per il meccanismo del system marginal pricing (in Italia pesa per il 40% nel mix e per il 90% nel pricing). E’ vitale che la politica disaccoppi il prezzo dell’elettricità da quello del gas (decoupling). Attualmente in Europa, l'ultima centrale necessaria a coprire il fabbisogno (spesso a gas) fissa il prezzo per tutta l'energia elettrica, anche per quella solare o eolica che ha costi di produzione azzerati. Il decoupling spezzerebbe questo legame tramite contratti a lungo termine a prezzo fisso (es. PPA o CfD) per trasferire direttamente ai consumatori il risparmio delle rinnovabili.

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