Le nuove generazioni e un'altra idea di futuro - di Concita De Gregorio
Vorrei mettere in fila qui quello che capisco e quello che non capisco delle generazioni nuove, un tentativo di mettermi nei loro panni senza perdere, mi sarebbe impossibile, la prospettiva di chi ha già molta vita alle spalle. Clima, scuola, proteste, lavoro. Grandi consapevolezze ma anche fatti di cronaca che mostrano, per ammissione dei protagonisti adolescenti, grandi inconsapevolezze. Provo a fare un elenco.
Ho ascoltato una giovane attivista giorni fa a Padova, Repubblica Salute: diceva che per la sua generazione la crisi climatica è la paura più grande. Che teme, i suoi compagni di studi con lei, di dover un giorno cercare un luogo per mettersi in salvo, ma dove? Ho pensato che lo capisco razionalmente, non emotivamente: comprendiamo profondamente ciò che anche noi proviamo, o abbiamo provato, e il pensiero di una catastrofe climatica da cui fuggire non è stata mai la mia paura, da ragazza né da adulta.
Ha ragione, quella ragazza. Sfilavano i cortei degli studenti per una scuola migliore, senza "tetti", quella mattina. In testa al corteo un ragazzo col megafono scandiva uno slogan che più o meno diceva: voi ci volete insegnare le vostre regole, noi vogliamo cambiare le regole. In un bar di piazza delle Erbe un gruppo di donne commentava con scetticismo. Devono imparare un mestiere e andare a lavorare — dicevano — ma non vogliono più lavorare, questi ragazzi: non vogliono più faticare come abbiamo fatto noi. Non credo che non vogliano lavorare, su questo fra un attimo torno.
Ho visto i professori in testa ai cortei, in altre città, ho ascoltato le loro parole e sono d'accordo: protestare è una forma di consapevolezza, è inoltre sacrosanto quando le regole sono retrive. Protestare significa indicare un'altra idea di futuro. Ho letto le parole della madre di uno dei ragazzi che a Roma, a bordo di una minicar, hanno aggredito «per gioco» i passanti riducendo un uomo in fin di vita. Una donna che si alza alle cinque di mattina per andare a lavorare, un figlio inconsapevole della gravità del suo gesto.
Come facciamo a capire chi sono i nostri figli, mi sono chiesta. Quale lotteria li assegna ora a una protesta di piazza, ora a una mini gang? È solo l'educazione, la famiglia, l'esempio, è la scuola, è il mondo digitale in cui vivono, è quello fuori, reale, in fiamme? È l'orizzonte domestico o quello planetario? È indole, caso, amicizie, incontri? Tutto questo, certo, ma in che misura. Tutto è sempre troppo, sempre troppo poco per spiegare.
Uno dei miei figli tempo fa, durante una discussione appunto sullo spirito di sacrificio (io dicevo, naturalmente, quanto ne serve), mi ha risposto: tu non capisci. Per me il lavoro è solo qualcosa di necessario per vivere. Bisogna farlo perché non si può vivere senza soldi. Dunque per fare quello che mi piace devo lavorare. L'ha detto senza rabbia. Aveva una specie di dispiacere nella voce, qualcosa come una stanchezza che non passa. Anche io ero stanca. Ho chiesto cercando un tono neutro — nessun giudizio, nessun rimprovero: cosa ti piace, allora? Le persone, mi ha detto. Certe persone. Per esempio i postini nei paesi, o quelli che partono per aiutare gli altri. Certe donne sulla metro che parlano lingue che non so. E i bambini. Mi piacciono sempre i bambini, anche quando piangono e si rintanano. Ha fatto un lungo elenco, commovente. Sono tutti lavori, ho risposto infine: potrebbero diventarlo. Allora ha preso un libro che sta studiando per un esame, l'ha aperto a una pagina segnata e ha letto: «Il capitalismo liberale si è indirizzato infine nella pura creazione di ricchezza tramite il debito e la speculazione: squalifica il lavoro, il salario è per i poveri, esaurisce le forze e consuma il tempo. L'arricchimento ha luogo a spese dell'umanità futura. Quelli che verranno dopo di noi ci giudicheranno di un egoismo folle, di un'irresponsabilità mortale».
Giorni fa ho visto in teatro, al Piccolo di Milano, uno spettacolo magnifico, Il fuoco era la cura del collettivo Sotterraneo. Sono tre anni che fa il tutto esaurito e ci sono sempre, in sala, centinaia di ragazzi. È una rilettura di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Ricorderete: i libri sono proibiti, i pompieri li bruciano, le loro mogli passano la giornata a casa con dei visori che mostrano clown bianchi, pagliacci come unica distrazione ammessa. Il regime impone la perdita di memoria e chi si ribella fugge nel bosco, manda un libro a mente, diventa persona-libro. Fuori dal teatro un capannello di ragazzi diceva i libri li bruciano ancora, in certi Paesi persino democratici li ritirano, mettono al bando gli autori proibiti e i clown bianchi sono dappertutto.
Anni, abbiamo passato e stiamo passando, a chiederci come si fa, adesso? A garantire un lavoro, un salario minimo, una vita dignitosa a chi è arrivato dopo di noi. Anni, in quel momento in cui si parla a tavola con i figli, a dire noi alla vostra età: i sacrifici, e la passione, e la tenacia e la volontà. Bisogna adattarsi, accettare le occasioni che si offrono. Bisogna sacrificare i desideri minori in nome di un desiderio maggiore: ottenere quel lavoro a ogni costo. No, rispondono loro adesso. A ogni costo no.
C'è un breve documentario, si trova in rete. Lo firma Manuela Virdis. Si intitola Caro lavoro: «Nella mia esperienza il lavoro è quello per cui devi rinunciare a ciò che ti fa sentire bene. Devi lasciarti trattare male, malissimo, in cambio di soldi. È un patto iniquo. Libertà, lavoro, felicità non sono parole che stanno insieme. La strada che ho davanti è fatta di giorni pieni di fatica per comprare una macchina con la quale resterò bloccata nel traffico per arrivare a casa sfinita la sera a dormire e sognare la libertà, la felicità, prima di svegliarmi per andare di nuovo al lavoro. A me sembra che la vita sia troppo breve per darla in ostaggio a chi per alimentare il suo profitto mi offre in cambio due soldi».
Forse è questo che ci stanno dicendo le generazioni nuove, talvolta stentiamo a comprendere perché di quel mondo siamo artefici. Avete disegnato un mondo di illusioni e distrazioni mentre tutto il resto precipita. I vostri clown bianchi: pensavate forse che anestetizzassero dal dolore, vi siete sbagliati.
Quando le pareti si stringono attorno, quando il campo di gioco è avvelenato disobbedire è una forma di insurrezione, l'unica possibile, e insieme una dichiarazione di umanità. Non i libri, dobbiamo bruciare, ma i clown.
(La Repubblica – 19.10.2026)
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La razza in estinzione (Gaber – Luporini – 2001)
Non mi piace la finta allegria, non sopporto neanche le cene in
compagnia, e coi giovani sono intransigente, di certe mode, canzoni e
trasgressioni, non me ne frega niente.
E sono anche un po' annoiato, da chi ci fa la morale, ed esalta come sacra la
vita coniugale, e poi ci sono i gay che han tutte le ragioni, ma io non riesco
a tollerare, le loro esibizioni.
Non mi piace chi è troppo solidale, e fa il professionista del sociale, ma chi
specula su chi è malato, su disabili, tossici e anziani, è un vero criminale. Ma
non vedo più nessuno che s'incazza, fra tutti gli assuefatti della nuova razza,
e chi si inventa un bel partito, per il nostro bene, sembra proprio destinato, a
diventare un buffone.
Ma forse sono io che faccio parte, di una razza in estinzione.
La mia generazione ha visto le strade, le piazze gremite di gente appassionata,
sicura di ridare un senso alla propria vita, ma ormai son tutte cose del secolo
scorso, la mia generazione ha perso.
Non mi piace la troppa informazione, odio anche i giornali e la televisione, la
cultura per le masse è un'idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa
malinconia.
E la tecnologia ci porterà lontano, ma non c'è più nessuno che sappia
l'italiano. c'è di buono che la scuola si aggiorna con urgenza e con tutti i
nuovi quiz ci garantisce l'ignoranza.
Non mi piace nessuna ideologia, non faccio neanche il tifo per la democrazia. di
gente che ha da dire ce n'è tanta, la qualità non è richiesta, è il numero che
conta.
E anche il mio paese mi piace sempre meno; non credo più all'ingegno del popolo
italiano, dove ogni intellettuale fa opinione, ma se lo guardi bene, è il
solito coglione.
Ma forse sono io che faccio parte di una razza in estinzione.
La mia generazione ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano
cercando, magari con un po' di presunzione, di cambiare il mondo. possiamo
raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso.
Non mi piace il mercato globale, che è il paradiso di ogni multinazionale e un
domani state pur tranquilli, ci saranno sempre più poveri e più ricchi, ma
tutti più imbecilli.
E immagino un futuro senza alcun rimedio, una specie di massa senza più un
individuo e vedo il nostro stato che è pavido e impotente, è sempre più allo
sfascio e non gliene frega niente e vedo anche una Chiesa che incalza più che
mai. Io vorrei che sprofondasse con tutti i Papi e i Giubilei.
Ma questa è un'astrazione, è un'idea di chi appartiene a una razza in
estinzione.
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